Il fantastico mondo di SirDiC

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52 – Cercasi pizzeria

Posted by SirDiC on 31 marzo 2012

Alle 18:08 ero quasi arrivato dal dentista, quando l’improvvisa telefonata da parte della sua aiutante mi annunciava che mi avevano spostato l’appuntamento, non essendomi presentato alle 18:00. Ma io l’appuntamento l’avevo alle 18:30, alle 18:00 non potrei mai arrivarci neanche se potessi volare. Niente, secondo loro l’appuntamento era alle 18:00. Ho guardato la tessera, c’era scritto alle 18:00. Merda.
Di solito anche se non è colpa loro si scusano, accettano la possibilità che possa essere stato un loro errore, ma questa no, non c’ero all’ora prestabilita e avanti il prossimo, io sarei rimasto con il dente aperto per un’altra settimana. Maledetti.

Quanto mi ha fatto incazzare quella troia al telefono. Ma non mi avrebbero visto più. Mi sarei cercato un altro dentista e quelli non avrebbero sentito la mia mancanza, dato che a quanto pare hanno così tanto lavoro.
Solo che si poneva il problema di trovare un altro dentista, compatibile con la mia allergia ai fighetti e con la mia esigenza di essere servito subito.

Tutto sommato ci ho messo poco.
Il dentista che ho trovato è il più vicino in assoluto alla ditta, e il dottore è un giovanotto neolaureato che ha appena finito il tirocinio. Non conoscevo questo studio perché ha aperto solo da qualche mese.
Perfetto! Ovviamente sono riuscito a prendere appuntamento subito.

***

Alla reception mi accoglie una giovincella un po’ alta, mediamente carina, capelli a caschetto. Non crederò mai che con i pochi clienti che hanno siano in grado di pagarla, al massimo sarà la fidanzata del dentista. Che, a differenza degli altri, si fa vedere subito: come pensavo, non sembra un tipo che se la tira. Si presenta velocemente, mi controlla e mi fa fare la radiografia. Non mi vengono fatte le stesse domande del questionario iniziale.
Il tovagliolo che mi mettono è simile a quello del dentista precedente, ma il colore è un più umile giallo canarino. I bicchieri sono di carta, il dentista ha i guanti. Lo studio è pulito, ma non in maniera maniacale. Mi piace.

Con mia grande sorpresa, la prima cosa che fa il dentista è spalmarmi una specie di cremina schifosa sulle labbra.
Orrore. Un maschio mi sta accarezzando amorevolmente la bocca con le dita unte.
“Che cosa sta facendo?”
“Ti sto spalmandoh la vaselinah per evitareh che ti si screpolino le labbrah.”
Ripresomi dall’onta subita, volgo un pensiero malizioso alla tipa all’ingresso, che non può essere la sua fidanzata.

A parte quello, non ho di che lamentarmi. L’unico appunto che potrei fare è che il dentista ha fatto tutto da solo e la pulzella non mi ha neppure toccato, forse perché è una semplice segretaria e non un’igienista abilitata alla professione.
Pazienza.
Finisce la seduta e mi accomodo in sala d’attesa aspettando il conto. La tipa, dopo aver maneggiato un po’ di scartoffie, si gira verso di me con un largo sorriso che interpreto come il segnale che mi sta chiamando per pagare. Prendo il portafogli e mi avvicino.
“No, aspetta un attimo, non è ancora pronto.”
Vabbe’.
Poi mi chiama veramente, e vado a pagare.
Sempre con il sorriso stampato e gli occhi dolci, mentre mi dà il resto, mi dice:
“Da dove vieni?”
Mi sta abbordando! E’ rimasta così folgorata dal mio fascino che non è riuscita neppure a farsi i cazzi suoi, come sarebbe opportuno al cospetto di un cliente.

Le rispondo che vengo dall’Italia.
“Pizza!”, parola testuale pronunciata in estasi davanti alla mia statuaria bellezza. E’ così emozionata che non riesce neppure a dire una frase di senso compiuto. Vorrei darle una leccatina in faccia dalla tenerezza che mi fa.
La tipa continua.
“Conosci delle pizzerie buone?”
“Ehm…qui a Yokohama non lo so, non ricordo…” Ma che diavolo, dovevo dire: certo baby, ti ci porto stasera!
“Me lo puoi dire la prossima volta?”
“Va bene.”
“Per la prossima visita quando potresti venire?”
Sparo un giorno a caso. “Martedì è libero?”
“Vediamo un po’, dunque…sì, è libero.” Non avevo dubbi.
“Però purtroppo io martedì non ci sono…”
E ora cosa le dico? Mica posso essere così sfacciato da cambiare l’appuntamento proprio ora.
Ma lei continua, anticipando ogni mia possibile risposta.
“…Allora me lo dici la prossima volta ancora? Ti prego.”
“Va bene.”

Esco dal dentista rimuginando sulla non grandiosa figura appena fatta con la tipa. Si sta facendo buio, e il sole appena tramontato ha lasciato spazio a una splendida falce di luna che guarda verso il pianeta Venere. Inquadro l’insolito panorama con la macchina fotografica che tengo sempre in tasca, ma la mia mano malferma mi lascia immortalare solo due scie luminose. Guardando la foto, ho quasi l’impressione che i due astri vogliano dirmi qualcosa, ma cosa? Intanto, cerchiamo questa pizzeria. Forse non tutto è perduto.

“Mi sta abbordando!”

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51 – Il dentista

Posted by SirDiC on 17 marzo 2012

Lo studio del mio dentista è un tal spettacolo di luce, pulizia e ordine, che quasi si ha l’impressione di essere stati catapultati nel Paradiso dantesco.
In uno splendido acquario posto vicino all’ingresso nuotano pesci tropicali dai colori sgargianti. Poco più in là, di fronte alla reception, luccicano dei divani in pelle bianca che devono essere costati un sacco di soldi.
E’ la prima volta che vengo qui, e mi sento a disagio per tutto questo splendore. Consegno la tessera sanitaria a una signorina in ghingheri che mi chiede di compilare il solito questionario: se ho paura, se ho allergie e tutte quelle robe lì.
Dopo una breve attesa mi fanno entrare in studio, e mi accompagnano subito a fare la radiografia. La tipa, che non so ancora come si chiama, mi dà le solite istruzioni e poi esce, lasciandomi solo a prendermi i raggi X. Be’, per fortuna almeno da questo dentista è normale fare così.
Poi mi fanno accomodare nella poltrona. Mi mettono subito un bavaglino di carta usa e getta, del più meraviglioso e rilassante blu cobalto che abbia mai visto in vita mia.
Ci sono ben 4 pulzelle in giro. Una di loro si avvicina con un taccuino e mi fa le stesse domande a cui ho già risposto nel questionario. Vorrei chiederle allora perché cazzo me lo abbiano fatto compilare, ma mi rassegno e mi limito a guardare incuriosito la tipa che fa i segni a matita sul taccuino a ogni mia risposta.
Arriva il dentista, in ossequio alla procedura che prevede l’ingresso da superstar, sceneggiata già vista tante volte anche dall’altro dentista. Dopo le solite stramaledette domande dadovevieni-parliilgiapponese-tipiaceilcalcio, fa per iniziare il lavoro e mi punta la lampada in faccia, ma prima una delle aiutanti mi mette una specie di panno morbido e profumato sugli occhi. Non so se serva per non abbagliare il malcapitato o se abbia una funzione simile alla benda che mettono a un condannato a morte prima di impiccarlo. Tolgo la benda, disturbato dalla mancanza di visuale.
“Preferisci che non te la mettiamo?”
Che razza di domande sceme che fanno a volte.

Mentre il dentista si prepara, cerco di studiare meglio l’ambiente circostante: cerco la sporcizia e le macchie di sangue che tanto mi avevano tenuto compagnia dal precedente dentista, ma senza successo. Tutti indossano i guanti di gomma monouso. Per risciacquare la bocca ci sono i bicchieri di carta usa e getta, di cui il vecchio bicchiere di ferro pieno di incrostazioni mi aveva quasi fatto dimenticare l’esistenza. Ecco, ho trovato una cosa: sul braccio della lampada ci sono dei resti di colla che tradiscono la presenza di un pezzo di nastro adesivo non completamente rimosso, probabilmente per evitare di graffiare la plastica.
Sono un po’ triste.

Ho deciso di cambiare dentista da quando il dottore mi ha messo in bocca le dita nude che sapevano di figa.
L’episodio è l’anello mancante che mi ha permesso di ricostruire quello che succedeva in quella specie di immondezzaio che era il suo studio.
Ecco perché insieme al paziente c’era quasi sempre una sola persona alla volta. Gi altri due sparivano là dietro e non si capiva cosa stessero facendo. O meglio lo intuivo, ma evidentemente sottovalutavo la mia malizia.
Ora è tutto chiaro. Il porco faceva certi giochetti con le pulzelle che si davano il cambio, magari su quel tavolo del retrobottega dove ammassava coperte, mutande e spazzatura. E chissà cosa doveva aver fatto quell’unica volta che si era messo i guanti da quando lo conosco. Meglio non pensarci, va’.
Che modo stupido per perdere i clienti. Passi per la sporcizia, passi per gli strumenti non sterilizzati, ma questa proprio no. Ammetto che mi sarebbe piaciuto assaporare la natura di Hime, ma non certo per interposta persona.

E ora mi ritrovo qui, su questa poltrona tirata a lucido, in un ambiente asettico, con le assistenti che mi toccano il meno possibile e solo attraverso sterili guanti di lattice. Ho addosso la tristezza di quando si è chiusa un’era.
Riuscirò ad affezionarmi a queste nuove pulzelle? Potrà perdonarmi Hime per averla tradita con altre igieniste?

Terminata la visita vado via, lasciandomi alle spalle l’acquario tropicale e cercando di cacciare via i pensieri confusi che mi attanagliano.
Prendo l’ascensore, esco dal palazzo e mi affaccio per l’ennesima volta nel panorama di questa Tokyo maledetta, già al buio e brulicante di salarymen che tornano dal lavoro.
Alzo lo sguardo verso le luci della città, filtrate da una pioggia fine che nel frattempo ha iniziato a cadere leggera, e mi fermo per qualche istante in mezzo al marciapiede. Poi emetto un sospiro di rassegnazione,  e mi avvio mestamente verso casa.
Addio mia dolce Hime, e làvatela di più.

“Addio, Hime!”

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42 – Hime

Posted by SirDiC on 23 giugno 2011

Ho deciso. Oggi è l’ultima volta che vado da questo cane di dentista. E che diavolo, mica posso tornare una volta al mese perché non è capace di farmi un’otturazione che duri. Mi dispiace non vedere più Hime, però quando è troppo è troppo. Intanto prima di iniziare gli lancerò una frecciatina sulla sua bravura, tanto per fargli capire, se non è scemo, che mi sono stufato di farmi curare da lui. E se poi l’otturazione salterà ancora, la prossima volta mi farò curare il dente da un altro. Se invece non salta, non ci sarà più bisogno di tornare. Meglio quindi che mi guardi bene le sue due aiutanti, perché sarà in ogni caso l’ultima volta che le vedo.

Arrivo come sempre e trovo le due pulzelle, Hime e l’altra, alla reception. Hime ha il camice bianco pieno di macchie sopra la camicetta a righe orizzontali rosa e bianche, la collega è vestita allo stesso modo ma le righe sono azzurre. Entrambe si muovono come papere in quelle ciabatte, minuscole ma pur sempre troppo grandi per i loro piedini.
Mi accomodo nella poltrona su invito di Hime, che questa volta sembra avere la vocina più scema del solito. Ha come sempre la mascherina, ma so che non la usano per igiene. Secondo un mio collega serve solo a nascondere la parte più brutta della faccia. Se sapessero che non mi importa nulla della bellezza esteriore, né di quella interiore, e che le stringerei entrambe in un caldo abbraccio tra le spire possenti del mio uccello multifunzione.

"L'abbraccio"

Finiti i soliti preparativi, il dottore si mette all’opera e sembra voler ripetere esattamente il lavoro della volta precedente. Certo che se non scava un pochino per farmi un incastro, poi è facile che l’otturazione esca.  Frattanto Hime mi toglie le dita nude dalla bocca trascinando un lungo filo di bava, che spezza con l’altra mano con il gesto delicato di una musa che suona la lira, e le tante minuscole goccioline formatesi in aria creano con il controluce della lampada un gioco di luci simile ai fuochi d’artificio. E mentre mi godo questo spettacolo perdo l’attimo giusto per redarguire il dottore, che per inciso ha dei guanti di gomma, ed è la prima volta che li usa da quando vengo qui.
I due ostentano una fretta insolita di concludere il lavoro. Anche loro devono essere stufi di quel rompiscatole di SirDiC, che viene così spesso ma non gli possono chiedere soldi. Insistono per lungo tempo con la lampada viola per indurire il composito, e le due infermiere si alternano aiutando il dentista in questo compito. Ho tutto il tempo quindi di guardare da vicino i loro occhietti a mandorla e quel poco che la visuale limitata mi offre dei loro corpicini giovani e freschi. Le dita nude di Hime sono insapori, ma al confronto con i guanti di gomma del dentista sembra di leccare un gelato alla fragola. Alla musica dell’aspiratore mi sento ringiovanire e la vocina di Hime mi arriva fino al cuore.
Maledetto dottore, hai vinto ancora. Ora ho capito che non sei un dentista, ma uno stregone. E le due pulzelle, come le sirene omeriche, sono i tuoi strumenti per attirare i clienti porci. E sai bene che io continuerò a tornare, e non ho nulla in contrario. Vengo tutte le volte che vuoi, vengo anche solo a comprare il dentifricio, ma almeno l’otturazione fammela bene, caspita.

" Hime "

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38 – Il dentista

Posted by SirDiC on 28 marzo 2011

Lo studio del mio dentista sembra un porcile. Però costa poco e non trovo mai la fila e quindi, da quando quel vecchio tirchio del mio datore di lavoro mi ci accompagnò per la prima volta, continuo ad andarci ormai da anni. Il dente è sempre lo stesso; quella minuscola carie che era all’inizio, a furia di perdere e rifare le otturazioni si è trasformata in una gigantesca cavità. Comunque, igiene e bravura del dentista a parte, non ho niente di che lamentarmi.
Mi riceve sempre una simpatica pollastrella che parla in un modo un po’ strano. Inizialmente pensavo che il suo modo di parlare, lento e con una voce innaturale come se si stesse rivolgendo a un bambino piccolo, fosse in realtà una cortesia nei confronti di me straniero per farsi capire meglio. Invece ho notato che parla così anche ai clienti giapponesi, e anche le altre aiutanti del dentista parlano allo stesso modo.
La tipa, che si fa chiamare HIME anche se non è questo il suo vero nome, mi fa accomodare nella poltrona e mi mette una coperta sulle gambe per il freddo. Mentre sistema la lampada, una tetta passa pericolosamente a portata di morso.
Il vassoio degli strumenti sembra non essere stato riordinato dalla visita precedente. Si notano schizzi di sangue e medicine dappertutto, e le parti di plastica delle attrezzature sono rigate da colate secche di liquidi gialli, verdi e marrone. Frugando nelle pieghe della poltrona si trovano facilmente pezzi di denti, carne mummificata e altri reperti interessanti.
Dopo avermi chiesto quale sia il problema, la tipa si allontana per riferirlo al dottore, che ancora non si è fatto vedere. Mi giro e vedo alle mie spalle una specie di retrobottega con cucina annessa piena di vasellame sporco. Sopra un tavolo sono buttati alla rinfusa vestiti, coperte e un barattolo di caffè solubile.
Dopo alcuni minuti arriva finalmente Lui, la Star, il Dottore.
Il dottore mi visita sommariamente e decide che devo fare la radiografia. Allora Hime mi conduce dentro l’apposita stanzetta e fa i dovuti preparativi, ma poi, anziché allontanarsi come fanno di solito, rimane con me dentro la stanza durante la radiografia. Forse è per quello che parlano tutte come sceme, sarà la sovraesposizione ai raggi X.
Poi si torna in postazione. Hime mi mette al collo un bavaglino: non di quelli di carta usa e getta, ma di stoffa bianca, pieno di macchie di sangue che i lavaggi non sono riusciti a eliminare, e mentre il dentista è all’opera la pulzella mi tiene la bocca aperta con le dita nude. Mi piace illudermi che lo stia facendo solo per me, comunque fra una trapanata e l’altra ne approfitto per darle una leccatina alle dita, con la scusa che non so dove mettere la lingua.
Nello studio ci sono più poltrone, e le poche volte che ci sono altri pazienti il dentista li segue contemporaneamente, andando un po’ di qua e un po’ di là, mentre Hime e le altre intrattengono i pazienti che in quel momento non sono assistiti. Ogni tanto sento il rumore di un raschiamento di gola, e quando mi giro incuriosito faccio giusto in tempo a vedere il tizio di turno rigurgitare nella sputacchiera un liquido vischioso venato di sangue.
Poi finalmente si termina. Il costo dell’otturazione è di pochi spiccioli. E se l’otturazione salterà subito poco importa, la prossima volta sarà gratis.
Dopo che Hime mi ha salutato con la sua solita vocina scema mi avvio verso l’uscita, rimettendomi le scarpe e lasciando le ciabatte nel cesto delle ciabatte usate. Le ciabatte usate vengono infatti scrupolosamente separate da quelle sterilizzate, ed è una cosa che ho visto fare solo qui. Se c’è una cosa che detesto è proprio mettermi le ciabatte che hanno usato tutti. Meno male che, almeno qui, all’igiene ci tengono.

"Il dentista"

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