29 – Sopravvivenza ferroviaria 2 – Movesi il vecchierel canuto e bianco

12 agosto 2011

"Movesi il vecchierel"

Ricordo ancora di quella volta che cedetti il posto a una vecchietta in treno, tanti tanti anni orsono. Per poco la vegliarda non mi baciava in bocca dalla felicità. Ringraziò almeno tre volte, inchinandosi ripetutamente sfidando le sue precarie condizioni fisiche. Va beh nonnina, ho capito ma ora siediti, e che diamine. Ma è la prima volta che ti cedono il posto?, pensai.
Forse non mi sbagliavo. Che i giapponesi cedano raramente il posto alle vecchiette in treno è una delle prime cose che vengono notate dal forestiero, anche se io all’epoca ero troppo ingenuo per accorgermene. Ma io non sono come loro. Quando ero piccolo mi hanno insegnato il valore delle cosiddete “buone azioni”, e cedere il posto agli anziani era una delle buone azioni più gettonate.

Ma sembra che a questi giapponesi nessuno abbia insegnato a fare le buone azioni quando erano piccoli. Che cattivoni che sono.
Io invece il posto lo cedo. Certo, capita a volte che sono distratto e non mi accorgo subito che la vecchietta col bastone è messa lì davanti. Ma il posto glielo devo cedere subito, appena arriva: che faccio, mi alzo dopo venti minuti che aspetta? Bella figura. Piuttosto mi indigno alla vista di tutti i giovinastri che fanno finta di dormire o che stanno chini sul loro videogioco portatile assorti nel loro mondo, e non si schiodano dal loro posto quando un anziano fa capolino. D’accordo, potrei alzarmi anch’io, ma loro sono più giovani e dovrebbero farlo prima. Beh, in effetti non gli si può dare tutti i torti: dovete vedere la mattina alla stazione come corrono, i vecchiacci, quando io sono in catalessi. E in fondo, se i giovani giapponesi sono così egoisti, cosa mi dovrebbe far pensare che gli anziani quando erano giovani non lo siano stati?
Dunque è giusto non cedere il posto ai matusa, in modo che paghino l’errore commesso da giovani quando a loro volta non cedevano il posto agli anziani. Ma una società che non rispetta gli anziani è indegna di un Paese civile, pertanto è necessario educare i bambini di oggi in modo che, quando saremo vecchi noialtri, ci cederanno il posto senza fiatare.
Ma i vecchi sono solo l’ultimo dei problemi. La dura legge della sopravvivenza ferroviaria ci mette quotidianamente alla prova attraverso situazioni molto più difficili.

(continua)

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Comunicazione di servizio

6 agosto 2011

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44 – Sposa bagnata, sposa fortunata.

31 luglio 2011

Pioveva a dirotto quando mio malgrado dovetti andare al matrimonio di una conoscente.
Assistere a un matrimonio giapponese è pur sempre un’esperienza di vita, ma la pomposità trash dei giapponesi in queste situazioni, insieme alla loro maledetta usanza di regalare soldi non vanno d’accordo con il mio spirito parsimonioso.

Mi ritrovai in una cappella moderatamente gremita di gente, la bancata dello sposo leggermente più piena di quella della sposa. Forse è anche per questo che gente che non c’entra nulla è stata tirata per le orecchie, in un tentativo disperato di colmare lo sbilanciamento degli invitati. Che brutta cosa avere pochi amici, e che insensato farsi vedere nel momento del bisogno pur non essendo un amico. Il mondo è strano.

Come da copione, che suppongo simile in tutti i matrimoni, entrò prima lo sposo, e prese posto nelle vicinanze dell’altare. In seguito fece il suo ingresso la sposa accompagnata dal padre che la teneva a braccetto. Un passo avanti, piedi uniti. Un altro passo avanti, ancora piedi uniti. Nel loro lento avanzare sembravano due scemi. Raggiunto insieme lo sposo, il padre di lei fece come per consegnare la sua creatura all’uomo che da quel momento in avanti se ne sarebbe preso cura, e vedere quella sorta di passaggio di consegne mi fece quasi sospettare precedenti relazioni incestuose.

La cerimonia, presieduta dal classico prete finto occidentale con accento inglese, andò avanti senza intoppi. A un certo punto venne intonato un canto religioso, e nel momento più solenne di questo si aprirono delle grandi tende che fino a quel momento nascondevano una vetrata. L’intento era quello di far entrare dei suggestivi raggi di luce, ma il tempo inclemente vanificò il tutto. Che pagliacciata galattica. Non vedevo l’ora di andare a mangiare per recuperare almeno in piccola parte i soldi che mi era toccato regalare a quei due cretini.
A un certo punto gli sposi uscirono dalla cappella tra lanci di petali di fiori al posto del riso.
Guardai la sposa. Era bellissima, nel suo vestito bianco crema. Secondo indiscrezioni attendibili, il suo ex fidanzato era dotato di un arnese enorme, mostruoso, qualcosa di veramente fuori dal comune. Il tale, ovviamente un ingegnere, lavorava per un noto produttore di elettrodomestici. E quando capitai a casa degli sposini e vidi tanti elettrodomestici tutti di quella marca non potei fare a meno di rivolgere uno sguardo di compassione al povero sposo, che certo ignorava il valore affettivo che quegli oggetti dovevano avere per la sua lei.

Il pranzo finalmente arrivò, ma c’era poco da riempirsi lo stomaco. Tra una portata e l’altra passavano decine di minuti, durante i quali gli sposi e gli invitati si esibivano nei discorsi più noiosi e stupidi che si possano immaginare. Il tempo passava lento, ma finalmente a un certo punto potei andar via, con i crampi allo stomaco dalla fame e un giorno di vita in meno.
Povero sposo, pensai. Sapevo che quella notte, tra una cosa e l’altra, si sarebbe chiesto perché il suo salamino sguazzava così libero in quell’enorme corridoio. E a quel pensiero mi sfuggì un ghigno malefico. Chissà se un giorno, preso dai rimorsi di coscienza, gli rivelerò il terribile segreto che, non senza tormento, custodisco nel mio cuor gentile.

"Gli sposi"

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43 – Il Vecchio Banana

8 luglio 2011

Kamata la mattina. Una stazione molto interessante dal punto di vista antropologico, o forse zoologico. Il treno si ferma, scende la maggior parte della gente e ne sale altrettanta. La studentessa bruttarella cerca di piazzarsi di fronte a me perché sa che scendo fra due stazioni, ma il pachiderma di Kamata la anticipa quasi sempre e con l’ombra imponente del suo pancione la invita a desistere. La pachiderma di Kamata non si è più fatta vedere dopo il terremoto, e così pure la strafiga la cui vista ogni tanto mi consolava.
E nel caos del ricambio di gente si distingue il Vecchio Banana, un tale della apparente età fra i 55 e i 60 anni, che suppongo stia andando al lavoro perché indossa sempre un abito. Sempre lo stesso, ora che ci penso.
Deve essere molto allergico al polline perché in primavera si presenta con una mascherina tirata su fino agli occhi, un cappello abbassato fino agli occhi e degli occhiali antipolline che gli coprono quel poco che resta. Ma ora che siamo in estate, abbandonata la sua armatura antipolline, mostra le sue fattezze in tutto il loro splendore: gobba, spalle ricurve e una faccia da chi ha passato tutta la vita chiuso in casa a [censura].
Sale sul treno cercando di anticipare la gente che sta scendendo, percorre il vagone di corsa sgomitando tra le altre persone e si lancia su un posto libero. Poi, una volta seduto, tira fuori un tablet PC e continua il viaggio chino su di esso, immerso in un mondo tutto suo, dimentico di tutto il resto.

Sta leggendo dei manga. Neppure manga per un pubblico vagamente adulto, ma da ragazzini delle scuole elementari. Che uomo di spessore.

Ma a volte non gli va tanto bene. Sale sul treno, corre, sgomita, si dirige verso il posto libero più vicino che è quello al centro della carrozza, ma quando si accorge che nel frattempo si sta liberando un posto H gli si illuminano gli occhi; cambia direzione, sgomita, sgomita ma stavolta qualcuno è più veloce di lui. Torna al sedile al centro ma ormai è troppo tardi, il posto è stato già occupato così come tutti gli altri posti. Niente da fare. Il Vecchio Banana borbotta qualcosa, ma anziché viaggiare in piedi scende senza smettere di brontolare, e aspetta il treno successivo. Che uomo di spessore. Già detto? Mi scuso.
Su, banana, non prendertela: del resto, sono solo manga.

" Che uomo di spessore. "

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42 – Hime

23 giugno 2011

Ho deciso. Oggi è l’ultima volta che vado da questo cane di dentista. E che diavolo, mica posso tornare una volta al mese perché non è capace di farmi un’otturazione che duri. Mi dispiace non vedere più Hime, però quando è troppo è troppo. Intanto prima di iniziare gli lancerò una frecciatina sulla sua bravura, tanto per fargli capire, se non è scemo, che mi sono stufato di farmi curare da lui. E se poi l’otturazione salterà ancora, la prossima volta mi farò curare il dente da un altro. Se invece non salta, non ci sarà più bisogno di tornare. Meglio quindi che mi guardi bene le sue due aiutanti, perché sarà in ogni caso l’ultima volta che le vedo.

Arrivo come sempre e trovo le due pulzelle, Hime e l’altra, alla reception. Hime ha il camice bianco pieno di macchie sopra la camicetta a righe orizzontali rosa e bianche, la collega è vestita allo stesso modo ma le righe sono azzurre. Entrambe si muovono come papere in quelle ciabatte, minuscole ma pur sempre troppo grandi per i loro piedini.
Mi accomodo nella poltrona su invito di Hime, che questa volta sembra avere la vocina più scema del solito. Ha come sempre la mascherina, ma so che non la usano per igiene. Secondo un mio collega serve solo a nascondere la parte più brutta della faccia. Se sapessero che non mi importa nulla della bellezza esteriore, né di quella interiore, e che le stringerei entrambe in un caldo abbraccio tra le spire possenti del mio uccello multifunzione.

"L'abbraccio"

Finiti i soliti preparativi, il dottore si mette all’opera e sembra voler ripetere esattamente il lavoro della volta precedente. Certo che se non scava un pochino per farmi un incastro, poi è facile che l’otturazione esca.  Frattanto Hime mi toglie le dita nude dalla bocca trascinando un lungo filo di bava, che spezza con l’altra mano con il gesto delicato di una musa che suona la lira, e le tante minuscole goccioline formatesi in aria creano con il controluce della lampada un gioco di luci simile ai fuochi d’artificio. E mentre mi godo questo spettacolo perdo l’attimo giusto per redarguire il dottore, che per inciso ha dei guanti di gomma, ed è la prima volta che li usa da quando vengo qui.
I due ostentano una fretta insolita di concludere il lavoro. Anche loro devono essere stufi di quel rompiscatole di SirDiC, che viene così spesso ma non gli possono chiedere soldi. Insistono per lungo tempo con la lampada viola per indurire il composito, e le due infermiere si alternano aiutando il dentista in questo compito. Ho tutto il tempo quindi di guardare da vicino i loro occhietti a mandorla e quel poco che la visuale limitata mi offre dei loro corpicini giovani e freschi. Le dita nude di Hime sono insapori, ma al confronto con i guanti di gomma del dentista sembra di leccare un gelato alla fragola. Alla musica dell’aspiratore mi sento ringiovanire e la vocina di Hime mi arriva fino al cuore.
Maledetto dottore, hai vinto ancora. Ora ho capito che non sei un dentista, ma uno stregone. E le due pulzelle, come le sirene omeriche, sono i tuoi strumenti per attirare i clienti porci. E sai bene che io continuerò a tornare, e non ho nulla in contrario. Vengo tutte le volte che vuoi, vengo anche solo a comprare il dentifricio, ma almeno l’otturazione fammela bene, caspita.

" Hime "

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