49 – Gnì

3 ottobre 2011

Oggi è un lunedì come tanti, dopo una notte dal sonno leggero e tormentato dagli incubi. Entro in ufficio alle 7:55, sbatto la porta, sputo per terra, apro il cassetto della scrivania, ci scaglio dentro la merenda, chiudo il cassetto con un calcio e attacco la litania quotidiana di bestemmie.
Poi scendo in laboratorio ad aspettare i clienti. Prima di riceverli verifico di avere l’alito sufficientemente fetido. Da qualche tempo, la domenica seguo una dieta particolare che ha un effetto correttivo sui clienti che il lunedì volessero trattenersi fino a tardi. Prova rutto, ok. Siamo pronti.
I maledetti clienti arrivano alle 8:30 invece che alle 9:00 come dovrebbero. Non ho neppure il tempo di rilassarmi un po’.
I porci sono in tre ed entrano in laboratorio con la solita marcia baldanzosa, tipica di chi non andrà via fino a quando il lavoro non sarà finito, a costo di fare le ore piccole.
Oggi però c’è qualcosa di diverso dal solito. Uno di loro è accompagnato da una giovanissima fanciulla, molto carina, che lo segue in silenzio come i pulcini seguono la chioccia.
Ma che ci fa una ragazzina qui? E’ la figlia di quello? Perché non è a scuola?

Durante i preparativi del lavoro, la pulzella se ne sta in disparte e guarda l’azione senza prenderne parte, proprio come farebbe un bambino in ufficio con la mamma che non l’ha potuto accompagnare all’asilo. Io guardo incuriosito quella strana presenza cercando di capire chi diavolo sia e cosa ci faccia qui.
La ragazza non può essere minorenne. Sarebbe a scuola. E difficilmente può essere la figlia del cliente, vista la tutto sommato poca differenza di età. Forse è una mignotta che il mio cliente, che evidentemente la notte fa anche il pappone, non ha fatto in tempo a riaccompagnare a casa dopo una notte hard. Oppure è una nuova impiegata o una stagista. Non parla con nessuno e non fa niente, guarda quello che facciamo noi e basta, e non sembra neppure troppo interessata.
Cercando di rompere un po’ il ghiaccio, le chiedo per quante persone devo ordinare il pranzo. Quella sorride imbarazzata e senza dire nulla mi invita con un cenno a rivolgermi agli altri. Sconsolato, rivolgo la stessa domanda a uno di loro.

Durante la giornata non riesco a staccarle la coda dell’occhio di dosso. Ho l’impressione che mi stia guardando, e per trovare conferma alla mia supposizione cerco l’immagine del suo volto riflessa in maniglie, viti, pannelli e qualunque altra superficie lucida.
A un certo punto uno dei clienti, quello che se l’era portata appresso e che quindi doveva essere il pappone, le rivolge la parola e le dice qualcosa in inglese. La ragazza è straniera! Non me ne ero accorto perché per l’imbarazzo non riuscivo a guardarla bene. E il cliente-pappone le sta spiegando qualcosa di tecnico, quindi non è una mignotta ma è una stagista.
Tutte le volte che riesco a sbirciare nella sua direzione la sorprendo che guarda. Anche per lei deve essere stata una sorpresa trovare al posto del solito operatore effeminato un uomo così affascinante, peloso e maschio.
Decido di sfidare il suo sguardo e all’occasione successiva me la guardo bene in faccia, ricambiato, per un paio di secondi. E’ molto giovane, ma non minorenne. Ha la pelle abbronzata, liscia e perfetta. Noto un accenno di baffi che nonostante tutto si intonano bene al suo visino, dalla bellezza ancora un po’ acerba. E riconosco nel suo volto i tratti tipici del sudest asiatico. Mentalmente sentenzio:
Diciannove anni, Thailandia.

Una visitatrice del genere è più unica che rara, e io fesso che mangio coreano la sera prima. Quel che è peggio, è che le ore passano e comincio a sentire la fatica di stare a petto in fuori e pancia in dentro per tanto tempo, con un trito di aglio e cipolla che fermenta lentamente nello stomaco affaticato.
Intanto vorrei che me la presentassero, o che lei dicesse qualcosa, ma niente, i clienti sembrano gelosi di quella giovane creatura, come se fosse davvero la loro mignotta.
A un certo punto, dai clienti arriva la solita, strafottuta e stramaledetta ma inevitabile domanda di rito.
“Da dove vieni?”
Rispondo con il solito disco rotto e quelli, come previsto, iniziano a parlarmi di calcio e di moda. Tra i loro discorsi sento il pappone che dice alla ragazza, con il suo inglese ridicolo: “He is from Itary”. Ecco, penso, finalmente me la presenteranno.
La ragazza risponde con un flebile verso.
“Gnì.”
e il discorso non ha seguito.
Tutto qui? Quel bastardo di un cliente poteva dirmi che anche lei è straniera, di dov’è, cosa fa, poteva invitarmi a parlarci un pochino visto che lui con l’inglese se la cava male e la povera ragazza si stava annoiando a morte, ma niente.
Il tempo passa e non ce la faccio più. Quella continua a guardare e io non posso ricambiarla a causa della consapevolezza di non avere il controllo della situazione. Il sonno, la pancia in subbuglio e il pensiero di quella misteriosa porcellina guardona mi stanno logorando.
Ho già quasi perso le speranze, quando il pappone si alza all’improvviso e tira fuori il biglietto da visita. In uno strano momento, visto che ormai il lavoro sta per finire, ma io non scambio più i biglietti da visita di mia iniziativa per evitare la brutta figura di presentarmi a persone già conosciute in precedenza.
Durante la presentazione formale il tizio sembra accorgersi che parlo con lui ma guardo la ragazza.
“Ah, e lei è…”
Bravo, finalmente, cavolo, ora dimmelo chi è.
“Lei è la nostra stagista, è thailandese.”
Fin lì ci ero arrivato pure io, ma diavolo un nome ce l’avrà questa ragazza?
Ma non mi dice il nome.
Poco male: visto che come pensavo è thailandese, almeno ho argomenti per attaccare bottone.
“Lo sai che sono stato in vacanza in Thailandia quest’estate?”
La ragazza sorride imbarazzata e pigola qualcosa.
“Gnì.”
Timidina, la tipa.
“E’ un posto molto bello.”
“Gnì.”
OK, finiti gli argomenti. Sparo l’ultima cartuccia e le porgo il mio biglietto da visita.
Quella se lo guarda, se lo rigira tra le mani e poi fa come per restituirmelo, sempre sulla difensiva, imbarazzatissima.
Ma no, “Puoi tenerlo, se vuoi!”, porco cazzo.
Basta, mi arrendo. Dannata verginella, si faccia svezzare da qualcun altro. Ho sonno, sono stanco, mi sono rotto le scatole di fare questo lavoro, è lunedì, voglio tornare a casa.
E vedrete, bastardi clienti, come allo scoccare delle 17:00 inizierete a essere investiti dalle mie alitate pestilenziali, che non risparmieranno neppure la timida principessina thai.

“Gnì”

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Protetto: 48 – Lì

22 settembre 2011
La parte di pollo usata da Apelle per fare la palla che i pesci videro venendo a galla.


47 – Bonus post – il Pisciatoiòfono

10 settembre 2011

Riportiamo in esclusiva l’intervista al prof. Puliga, l’inventore del Pisciatoiofono.

"Intervista al prof. Puliga"

SirDiC: Grazie per avere accettato l’intervista con noi, professore. Potrebbe parlarci della sua invenzione?
Prof.: Si tratta di un normale orinatoio i cui fori di scarico hanno tutti diametro diverso, in modo che all’atto della minzione sia possibile comporre melodie indirizzando il getto di urina nel foro corrispondente alla nota che si vuole suonare.
S: Come le è venuta l’idea?
P: Un giorno di tanti anni fa stavo tornando a casa dall’Università dopo essermi fatto 4 canne e scolato due casse di birra. Passai in un bagno pubblico e lì ebbi l’illuminazione. Mi resi conto solo allora di quanto a un semplice momento intimo con sé stessi potesse essere data un’utilità sociale.
S: Utilità sociale, perché? Detto da uno che si fa le canne, poi.

"Pisciatoiofono cromatico in Do maggiore"

P: Pensi ai ritmi dei giorni nostri che non ci permettono di soffermarci ad ascoltare un po’ di musica. E pensi all’utilità sociale dell’insegnamento della musica ai bambini, a cui il Pisciatoiofono potrebbe dare un contributo significativo.
S: Quali pensa siano le potenzialità di diffusione della sua nuova invenzione?
P: Nulle purtroppo, perché i giapponesi ci hanno già superato.
S: Si spieghi meglio.
F: Hanno inventato un oggetto simile, ma completamente elettronico. Misura la portata della pisciata ed è possibile giocare ai videogames utilizzando il getto di urina per i controlli.
S: Ma la sua idea ha oltre vent’anni. A cosa è imputabile tutto questo ritardo?
P: Alla scarsa cooperazione tra Università e impresa, alla pressione fiscale e alla burocrazia che scoraggiano gli investimenti e l’imprenditorialità. Come al solito, in Italia siamo sempre indietro sui grandi progetti.
S: Del Pisciatoiofono sarà disponibile anche una versione per donne?
P: No, ma sono certo che i giapponesi la inventeranno molto presto.

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46 – Sopravvivenza ferroviaria 3 – La donna incinta

2 settembre 2011

(segue)

Tempo fa è stato inventato il distintivo che ritrae una mamma che accudisce amorevolmente un bambino in grembo. Una donna incinta che lo porta mentre viaggia sul treno dimostrerebbe il suo stato di gravidanza e avrebbe, in teoria, il diritto a un posto a sedere. Il distintivo viene distribuito gratuitamente alle future mamme sulla base di non so quale prova, e non sono sicuro che al termine della gravidanza sia effettivamente restituito o distrutto. Infatti non è raro il caso di donne dalla pancia piatta che ti si parano davanti nella speranza che tu ceda loro il posto.
In ogni caso, abusi o non abusi, il distintivo è la prova non tanto di una gravidanza, quanto di una bella faccia tosta. La donna che lo espone sembra voler dire: “Io sono incinta, non me ne frega niente se oggi ti sei rotto la schiena al lavoro, ma voglio il tuo posto e quindi me lo devi dare!”
Certo, come no. A una simpaticona come te. E poi cosa pretendi da un povero straniero? Io non sono tenuto a capire il significato dei talismani che ti porti addosso. Va’ nei posti prioritari: se non si alza nessuno neppure lì, vuol dire che la società giapponese non è ancora abbastanza civile perché tu possa avanzare le tue pretese. In tal caso, prenditela con i tuoi concittadini e non rompere le scatole a me.

Inutile dire che nessuno si alza mai.
E così, nell’arco degli anni, nel susseguirsi infinito dei viaggi in treno, capita diverse volte di trovarsi davanti a donne in stato interessante che attivano i nostri istinti di difesa del posto a sedere.
Se la tipa non ha il distintivo, poco male: o è una semplice cicciona, oppure non vuole avvalersi di un privilegio di cui non vede la necessità, e in questo caso ha tutta la mia comprensione e il mio appoggio morale perché possa continuare a stare in piedi come desidera, con l’augurio che il suo lodevole atteggiamento sia di esempio per le altre mamme dal pensiero meno evoluto.

Ma a volte compare il famigerato distintivo. Pende dalla loro borsetta all’altezza dei nostri occhi. Cazzo, è la prima parola che pensiamo. Facciamo finta di niente e ci guardiamo intorno per studiare l’atteggiamento degli altri. Indifferente immobilità.
Siamo costretti a fare quello che non vorremmo. Per dimostrare a noi stessi e al mondo intero di essere perfettamente integrati nel Paese che ci ospita, abbassiamo definitivamente lo sguardo e facciamo finta di dormire fino a quando la vacca non si è levata di torno.

***

E oggi ecco che si ripete l’evento. Sono seduto nel posto H tanto sospirato, e davanti a me si materializza un pancione. Sollevo discretamente lo sguardo e trovo una giovane donna, non proprio bella, diciamo un tipo.
Dalla sua borsa pende il maledetto aggeggio. Cazzo, penso. Gli altri ovviamente non si alzano, ma questa volta è proprio di fronte a me. Vuole il posto H.
Faccio mentalmente due conti. Il treno è relativamente vuoto, quindi se mi alzo dovrei potermi sedere nuovamente entro 5 minuti, massimo 10. Questa sarebbe la buona occasione per dare ai giapponesi uno schiaffo morale e insegnare loro come si vive civilmente, cedendo il posto alla povera donna.
Però in fondo anche lei potrebbe aspettare 5 minuti, quindi che rimanga in piedi e vada a quel paese.
Un momento! Se la vecchietta di tanti anni fa aveva ringraziato così calorosamente per averle ceduto il posto, vuoi vedere che questa mi dà pure un succhiotto sul multifunzione?

Sta per accadere una cosa incredibile. SirDiC si alza e, sorridente, invita la donna a sedersi, proprio come ha sempre fatto in Italia! Con ostentata fierezza si allontana platealmente dal posto, zoppicando per rendere la sua impresa ancora più eroica agli occhi altrui, e aspetta con ansia il succhiotto che non arriva.
La scrofa mantiene un’espressione indifferente, mugugna qualcosa e si siede senza proferire ringraziamento alcuno, quale fosse stato un atto dovuto. Né un sorriso, né uno sguardo…

…Brutta troia che non sei altro! Come osasti? Ora pende su di te la mia maledizione eterna. Partorirai con dolore un mostro deforme, tuo marito ti lascerà e si dedicherà a tempo pieno alle sue mignotte. Dovrai zappare la terra per mantenere te e quel porco di tuo figlio, e vivrai nella miseria per il resto dei tuoi giorni. Ah, a proposito, di faccia sei pure un cesso.

Inaspettatamente il treno non si vuota, e finisco il mio viaggio in piedi. Scendendo passo volutamente accanto alla donna, che ora sta mandando messaggini col cellulare, e la guardo celando meglio che posso il disprezzo che provo per lei. Viaggia comoda, la porca, nel posto che avevo conquistato con tanta fatica. Ma ho imparato la lezione. Cari giapponesi, avevate ragione. Ora sono veramente uno di voi.

"La donna incinta"

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45 – Vacanze Thai

26 agosto 2011

La cameriera entra a pulirmi la camera. Tira via agilmente la fodera dalla coperta e la cambia in pochi secondi, mentre guardo incuriosito la scena spaparanzato nel divano. Poi tira via il lenzuolo di sotto, ma anziché cambiarlo lo rimette al contrario. Chissà che la battuta sulle mutande sporche rigirate non venga proprio dalla Thailandia. O forse fanno così in tutti gli alberghi?

Assorto nei miei pensieri guardo la cameriera, ora china a rimboccare le lenzuola, che mi mostra involontariamente la minuta porzione di culetto che fuoriesce dalla fessura tra la camicetta e la lunga gonna blu cobalto.
Che spettacolo le donne Thai.
Alcune ti ammaliano con i loro occhietti sottili e il sorriso grazioso.
Altre ti guardano in cagnesco, seducendoti con quel loro musetto lungo.
Tutte sono accomunate da un alone di mistero che avvolge la loro incredibile bellezza. Secondo la leggenda, infatti, alcune di esse celerebbero tra le loro grazie un pesante fardello. E io, poco incline a certe esperienze, lascio volentieri che a cacciare in questo campo minato sia gente dalle vedute più larghe delle mie, mentre mi dedico a caste attività come tour guidati, tuffi in piscina e percorsi gastronomici.
Che belle le vacanze, ma mi chiedo come sia vivere qui. Forse anche qui ci sono tanti SirDiC, in altrettanti universi paralleli, catapultatisi dal loro Paese d’origine seguendo l’illusione di una vita migliore. E che ora, nel loro piccolo, cercano di distruggere tutto con il loro piccolo multifunzione.
Ma il ritorno al grigiore di Tokyo mi lascia qualche dubbio. Era strano vedere così tanta gente normale tutta in una volta, e ora torniamo alla vita di tutti i giorni tra i pachidermi di Kamata, il Vecchio Banana, i matti della Tsurumi line, e quell’orrenda ditta.
Ahi, mio caro multifunzione, quanto lavoro ti aspetta ancora!

"...celerebbero tra le loro grazie un..."

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