Il fantastico mondo di SirDiC

vietato ai puri di cuore

53 – Procedure – parte prima

Posted by SirDiC on 27 giugno 2012

Quel giorno ero in ditta e avevo il raffreddore. Era l’ora di pranzo, e in ufficio regnava un’atmosfera rilassata. Leggevo qualcosa sul monitor, ma con lo sguardo sempre vigile che vagava qua e là per la stanza, andandosi a posare ora sulle tettine di Miki, ora su quelle ben più sostanziose della cinese della banana. Ogni tanto tiravo fuori un fazzolettino e mi soffiavo il naso, poi tornavo alle mie cose e alle bellezze delle mie colleghe.
E mentre mi soffiavo il naso notai Neko e Jun che ridacchiavano. Li guardai. Non c’era alcun dubbio che stessero ridacchiando di me. Chissà cosa dovevo aver fatto di tanto male.
“Cosa c’è?”
“In Italia vi soffiate il naso con una mano sola? Hi hi hi…”
“No, ci soffiamo il naso come diavolo ci pare, mica c’è la procedura, perché?”
“In Giappone ci soffiamo il naso con due mani. Hi hi hi…”
“Quindi se state camminando sotto la pioggia con una valigia in mano e dovete soffiarvi il naso, o vi tenete una candela di moccio di 20 cm oppure vi fermate, posate la valigia, la bagnate, posate l’ombrello, vi bagnate, e vi soffiate il naso. Io invece appendo la valigia al manico dell’ombrello e con la mano libera tiro fuori il fazzoletto dalla tasca e mi soffio il naso continuando a camminare. Non è meglio?”

Silenzio.

Ma non si arresero. Andarono dalla cinese della banana.
“In Giappone ci soffiamo il naso con due mani. Anche voi in Cina fate così, vero?”
“No, certo che usiamo una mano sola, come fate a non capire che è più efficiente? Siete scemi?”

Neko e Jun erano definitivamente sconfitti. Ah, quanto amo questa donna e i suoi modi diretti e poco diplomatici. Ma lasciamo perdere quei due fessi, e torniamo ai problemi seri.
Perché le giapponesine sono quasi tutte piatte, e le cinesi invece no?
E perché i giapponesi devono seguire una procedura per qualunque cosa, anche quando è assurda?

“Procedure”

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52 – Cercasi pizzeria

Posted by SirDiC on 31 marzo 2012

Alle 18:08 ero quasi arrivato dal dentista, quando l’improvvisa telefonata da parte della sua aiutante mi annunciava che mi avevano spostato l’appuntamento, non essendomi presentato alle 18:00. Ma io l’appuntamento l’avevo alle 18:30, alle 18:00 non potrei mai arrivarci neanche se potessi volare. Niente, secondo loro l’appuntamento era alle 18:00. Ho guardato la tessera, c’era scritto alle 18:00. Merda.
Di solito anche se non è colpa loro si scusano, accettano la possibilità che possa essere stato un loro errore, ma questa no, non c’ero all’ora prestabilita e avanti il prossimo, io sarei rimasto con il dente aperto per un’altra settimana. Maledetti.

Quanto mi ha fatto incazzare quella troia al telefono. Ma non mi avrebbero visto più. Mi sarei cercato un altro dentista e quelli non avrebbero sentito la mia mancanza, dato che a quanto pare hanno così tanto lavoro.
Solo che si poneva il problema di trovare un altro dentista, compatibile con la mia allergia ai fighetti e con la mia esigenza di essere servito subito.

Tutto sommato ci ho messo poco.
Il dentista che ho trovato è il più vicino in assoluto alla ditta, e il dottore è un giovanotto neolaureato che ha appena finito il tirocinio. Non conoscevo questo studio perché ha aperto solo da qualche mese.
Perfetto! Ovviamente sono riuscito a prendere appuntamento subito.

***

Alla reception mi accoglie una giovincella un po’ alta, mediamente carina, capelli a caschetto. Non crederò mai che con i pochi clienti che hanno siano in grado di pagarla, al massimo sarà la fidanzata del dentista. Che, a differenza degli altri, si fa vedere subito: come pensavo, non sembra un tipo che se la tira. Si presenta velocemente, mi controlla e mi fa fare la radiografia. Non mi vengono fatte le stesse domande del questionario iniziale.
Il tovagliolo che mi mettono è simile a quello del dentista precedente, ma il colore è un più umile giallo canarino. I bicchieri sono di carta, il dentista ha i guanti. Lo studio è pulito, ma non in maniera maniacale. Mi piace.

Con mia grande sorpresa, la prima cosa che fa il dentista è spalmarmi una specie di cremina schifosa sulle labbra.
Orrore. Un maschio mi sta accarezzando amorevolmente la bocca con le dita unte.
“Che cosa sta facendo?”
“Ti sto spalmandoh la vaselinah per evitareh che ti si screpolino le labbrah.”
Ripresomi dall’onta subita, volgo un pensiero malizioso alla tipa all’ingresso, che non può essere la sua fidanzata.

A parte quello, non ho di che lamentarmi. L’unico appunto che potrei fare è che il dentista ha fatto tutto da solo e la pulzella non mi ha neppure toccato, forse perché è una semplice segretaria e non un’igienista abilitata alla professione.
Pazienza.
Finisce la seduta e mi accomodo in sala d’attesa aspettando il conto. La tipa, dopo aver maneggiato un po’ di scartoffie, si gira verso di me con un largo sorriso che interpreto come il segnale che mi sta chiamando per pagare. Prendo il portafogli e mi avvicino.
“No, aspetta un attimo, non è ancora pronto.”
Vabbe’.
Poi mi chiama veramente, e vado a pagare.
Sempre con il sorriso stampato e gli occhi dolci, mentre mi dà il resto, mi dice:
“Da dove vieni?”
Mi sta abbordando! E’ rimasta così folgorata dal mio fascino che non è riuscita neppure a farsi i cazzi suoi, come sarebbe opportuno al cospetto di un cliente.

Le rispondo che vengo dall’Italia.
“Pizza!”, parola testuale pronunciata in estasi davanti alla mia statuaria bellezza. E’ così emozionata che non riesce neppure a dire una frase di senso compiuto. Vorrei darle una leccatina in faccia dalla tenerezza che mi fa.
La tipa continua.
“Conosci delle pizzerie buone?”
“Ehm…qui a Yokohama non lo so, non ricordo…” Ma che diavolo, dovevo dire: certo baby, ti ci porto stasera!
“Me lo puoi dire la prossima volta?”
“Va bene.”
“Per la prossima visita quando potresti venire?”
Sparo un giorno a caso. “Martedì è libero?”
“Vediamo un po’, dunque…sì, è libero.” Non avevo dubbi.
“Però purtroppo io martedì non ci sono…”
E ora cosa le dico? Mica posso essere così sfacciato da cambiare l’appuntamento proprio ora.
Ma lei continua, anticipando ogni mia possibile risposta.
“…Allora me lo dici la prossima volta ancora? Ti prego.”
“Va bene.”

Esco dal dentista rimuginando sulla non grandiosa figura appena fatta con la tipa. Si sta facendo buio, e il sole appena tramontato ha lasciato spazio a una splendida falce di luna che guarda verso il pianeta Venere. Inquadro l’insolito panorama con la macchina fotografica che tengo sempre in tasca, ma la mia mano malferma mi lascia immortalare solo due scie luminose. Guardando la foto, ho quasi l’impressione che i due astri vogliano dirmi qualcosa, ma cosa? Intanto, cerchiamo questa pizzeria. Forse non tutto è perduto.

“Mi sta abbordando!”

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51 – Il dentista

Posted by SirDiC on 17 marzo 2012

Lo studio del mio dentista è un tal spettacolo di luce, pulizia e ordine, che quasi si ha l’impressione di essere stati catapultati nel Paradiso dantesco.
In uno splendido acquario posto vicino all’ingresso nuotano pesci tropicali dai colori sgargianti. Poco più in là, di fronte alla reception, luccicano dei divani in pelle bianca che devono essere costati un sacco di soldi.
E’ la prima volta che vengo qui, e mi sento a disagio per tutto questo splendore. Consegno la tessera sanitaria a una signorina in ghingheri che mi chiede di compilare il solito questionario: se ho paura, se ho allergie e tutte quelle robe lì.
Dopo una breve attesa mi fanno entrare in studio, e mi accompagnano subito a fare la radiografia. La tipa, che non so ancora come si chiama, mi dà le solite istruzioni e poi esce, lasciandomi solo a prendermi i raggi X. Be’, per fortuna almeno da questo dentista è normale fare così.
Poi mi fanno accomodare nella poltrona. Mi mettono subito un bavaglino di carta usa e getta, del più meraviglioso e rilassante blu cobalto che abbia mai visto in vita mia.
Ci sono ben 4 pulzelle in giro. Una di loro si avvicina con un taccuino e mi fa le stesse domande a cui ho già risposto nel questionario. Vorrei chiederle allora perché cazzo me lo abbiano fatto compilare, ma mi rassegno e mi limito a guardare incuriosito la tipa che fa i segni a matita sul taccuino a ogni mia risposta.
Arriva il dentista, in ossequio alla procedura che prevede l’ingresso da superstar, sceneggiata già vista tante volte anche dall’altro dentista. Dopo le solite stramaledette domande dadovevieni-parliilgiapponese-tipiaceilcalcio, fa per iniziare il lavoro e mi punta la lampada in faccia, ma prima una delle aiutanti mi mette una specie di panno morbido e profumato sugli occhi. Non so se serva per non abbagliare il malcapitato o se abbia una funzione simile alla benda che mettono a un condannato a morte prima di impiccarlo. Tolgo la benda, disturbato dalla mancanza di visuale.
“Preferisci che non te la mettiamo?”
Che razza di domande sceme che fanno a volte.

Mentre il dentista si prepara, cerco di studiare meglio l’ambiente circostante: cerco la sporcizia e le macchie di sangue che tanto mi avevano tenuto compagnia dal precedente dentista, ma senza successo. Tutti indossano i guanti di gomma monouso. Per risciacquare la bocca ci sono i bicchieri di carta usa e getta, di cui il vecchio bicchiere di ferro pieno di incrostazioni mi aveva quasi fatto dimenticare l’esistenza. Ecco, ho trovato una cosa: sul braccio della lampada ci sono dei resti di colla che tradiscono la presenza di un pezzo di nastro adesivo non completamente rimosso, probabilmente per evitare di graffiare la plastica.
Sono un po’ triste.

Ho deciso di cambiare dentista da quando il dottore mi ha messo in bocca le dita nude che sapevano di figa.
L’episodio è l’anello mancante che mi ha permesso di ricostruire quello che succedeva in quella specie di immondezzaio che era il suo studio.
Ecco perché insieme al paziente c’era quasi sempre una sola persona alla volta. Gi altri due sparivano là dietro e non si capiva cosa stessero facendo. O meglio lo intuivo, ma evidentemente sottovalutavo la mia malizia.
Ora è tutto chiaro. Il porco faceva certi giochetti con le pulzelle che si davano il cambio, magari su quel tavolo del retrobottega dove ammassava coperte, mutande e spazzatura. E chissà cosa doveva aver fatto quell’unica volta che si era messo i guanti da quando lo conosco. Meglio non pensarci, va’.
Che modo stupido per perdere i clienti. Passi per la sporcizia, passi per gli strumenti non sterilizzati, ma questa proprio no. Ammetto che mi sarebbe piaciuto assaporare la natura di Hime, ma non certo per interposta persona.

E ora mi ritrovo qui, su questa poltrona tirata a lucido, in un ambiente asettico, con le assistenti che mi toccano il meno possibile e solo attraverso sterili guanti di lattice. Ho addosso la tristezza di quando si è chiusa un’era.
Riuscirò ad affezionarmi a queste nuove pulzelle? Potrà perdonarmi Hime per averla tradita con altre igieniste?

Terminata la visita vado via, lasciandomi alle spalle l’acquario tropicale e cercando di cacciare via i pensieri confusi che mi attanagliano.
Prendo l’ascensore, esco dal palazzo e mi affaccio per l’ennesima volta nel panorama di questa Tokyo maledetta, già al buio e brulicante di salarymen che tornano dal lavoro.
Alzo lo sguardo verso le luci della città, filtrate da una pioggia fine che nel frattempo ha iniziato a cadere leggera, e mi fermo per qualche istante in mezzo al marciapiede. Poi emetto un sospiro di rassegnazione,  e mi avvio mestamente verso casa.
Addio mia dolce Hime, e làvatela di più.

“Addio, Hime!”

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50 – La triste storia di Miki

Posted by SirDiC on 11 gennaio 2012

E’ passato tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto. In onore al sondaggio, mi ero ripromesso di non parlare più di figa per un po’ di tempo, ma non ci riuscivo. Non è che le idee non ci siano. Ci sono eccome, solo che quando prendo in mano la penna con l’intento di buttarle giù, mi si paralizza il polso, mi frullano tanti pensieri in testa, mi vengono le convulsioni. Ma c’è una soluzione semplice. Visto che da tre mesi non parlo più di niente, e quindi neanche di figa, non credo di mancare alla promessa fatta se in questo post parlo di figa.

Miki era una gran figa. Veramente una gran figa. Entrò nella mia azienda che aveva 27 anni. Era bella, gentile e colta, ma il suo pur brillante curriculum scolastico non c’entrava niente con il nostro lavoro, e di conseguenza non sapeva fare nulla. Non era colpa sua, naturalmente.
Il perché l’avessero assunta è sempre stato un mistero; si sa solamente che la gentile intercessione del mio ex-capo, un bavoso di 54 anni, ebbe un ruolo fondamentale nella questione.
Le voci maliziose sul suo conto si sprecavano. In azienda non era ben vista, e le venivano assegnati sempre i compiti più ingrati e i clienti più irascibili. Nonostante il suo splendido aspetto non era amata neppure dai colleghi uomini, se così si possono definire quelle femminucce che lavorano nella mia ditta. Ma ella, grande lavoratrice, si impegnò con tutte le sue forze e con grande umiltà, e in breve tempo diventò un ottimo tecnico. Precisa, seria e competente.
Oltre al capo bavoso, io ero l’unico ad averla presa in simpatia. Le insegnavo il lavoro e la proteggevo, e mi dispiaceva tanto che i colleghi non la apprezzassero.
Sedeva alla scrivania di fronte alla mia, ed ero tanto felice di poter ammirare in continuazione il suo splendido volto angelico, i lunghi capelli neri che le scendevano lisci sul seno e la pelle di seta che mi sarebbe tanto piaciuto accarezzare.
Nonostante il lavoro la stesse logorando, Miki continuava a dare dimostrazione di una grande serietà. Abitava molto lontano, e il suo viaggio verso il posto di lavoro durava oltre due ore, durante le quali gliene succedevano di tutti i colori. Treni in ritardo, incidenti e anche un’alluvione. Quel giorno, arrivata fradicia in ufficio, fu costretta a stendere le scarpe ad asciugare, e i suoi fantastici piedini nudi non passarono inosservati alla coda dell’occhio del vigile SirDiC.
Ma era chiaro che stava lavorando troppo, e non avrebbe resistito a lungo.

E infatti un giorno si sentì male.

Mi trovavo per caso nel corridoio e la vidi passare, pallida in volto, muovendosi con passo malfermo verso le scale. Taka, quell’altra porca, la precedeva e le mostrava la strada verso il piano di sopra, dove si trova la camera da letto che usiamo quando lavoriamo fino a tardi e perdiamo l’ultimo treno.
Ché poi Miki la strada la sapeva benissimo. Se proprio Taka voleva accompagnarla, poteva almeno cercare di sostenerla per non farla cadere. Invece camminava qualche metro più avanti di lei, completamente disinteressata della poveretta agonizzante. Miki sembrava dovesse morire da un momento all’altro. Mi chiedevo se fosse davvero il caso di limitarsi a farla sdraiare in camera, anziché chiamare un’ambulanza.
Ero seriamente preoccupato. Ci mancava solo che quell’angioletto, insieme a Taka l’unico posto dell’ufficio dove valeva la pena posare lo sguardo, mi crepasse per una caduta dalle scale. Non potevo permetterlo.
Mi precipitai verso Miki e le offrii il mio sostegno, afferrandole un braccio nella maniera più casta e distaccata possibile; la accompagnai in tutta sicurezza fin dentro la camera, che intanto Taka aveva aperto, e la aiutai a stendersi sul letto.
Poi, ricordando che molte donne sono freddolose, presi una coperta dall’armadio e gliela stesi sopra. Non gliela rimboccai di certo, anzi ebbi paura di averle fatto troppo vento buttandogliela sopra così bruscamente, ma volevo evitare di apparire troppo premuroso.
Superai con fatica la complessità emotiva dell’istante in cui la vidi orizzontale nel letto, e mi allontanai.
Guardare, ma non toccare. Non l’avrei toccata neanche con un fiore, dopo che ci era passato il marito e magari anche il mio capo bavoso.

“Miki”

Tornato in ufficio, vidi che Taka se la ridacchiava alle mie spalle e mi sfotteva con altri colleghi.
“Ma quanto è gentile, hi hi hi…”
“Eh, in Italia deve essere normale, hi hi hi…”
Maledetta oca, chissà cosa dovevo aver fatto di tanto male.

***

Le ore passavano, ma Miki non scendeva. Mi chiedevo se fosse ancora viva, ma non potevo parlarne con gli altri per non essere sfottuto ulteriormente.
Quella cretina di Taka continuava imperterrita a ridacchiare su di me, e nessuno dei miei colleghi sembrava interessarsi alle condizioni di Miki.
Poi, finalmente, Miki tornò in ufficio, e potei tirare un sospiro di sollievo. Taka non smetteva di sfottere, ma inaspettatamente Miki mi ringraziò calorosamente per la premura, guardandomi con gli occhi dolci.

E da quel giorno iniziai a trovarmi dei cioccolatini sulla scrivania, con il messaggino pucci pucci nel bigliettino pucci pucci scritto con la penna colorata e profumata e firmato Miki.
Ma allora anche le donne hanno un cuore!
Miki aveva apprezzato il mio gesto, con buona pace di Taka.
Che meraviglia tornare alla scrivania dopo una giornata in laboratorio, far sparire immediatamente il dolcino nello stomaco e poi, con calma, leggere l’insulso bigliettino.
L’avevo in pugno. Mi sentivo l’uomo più potente del mondo.

***

L’episodio del malore non cambiò l’atteggiamento dei miei colleghi verso la povera Miki, che continuava a vedere in me l’unico punto di riferimento e non smetteva di riempirmi di dolcini e cioccolatini con il messaggino carino.
Miki continuava a fare i lavori più noiosi e logoranti. Deperiva di giorno in giorno, iniziò ad assentarsi e quelle volte che veniva sembrava un cadavere.
Poi, un brutto giorno, se ne andò.

“I dolcini di Miki”

Le dimissioni di Miki arrivarono poche settimane dopo quelle di Taka. Solo che al posto di Taka arrivò la cinese della banana, ma Miki non fu sostituita da nessuno.
E senza le due porcelle passarono lunghi anni bui, durante i quali la vita sembrava non avere più senso.

***

***

***

Un giorno la mia ditta ricevette un messaggio di posta contenente un videomessaggio da parte di Miki. Che emozione avere sue notizie e poterla rivedere. Nel video appariva molto in forma, bella come il giorno che l’avevo conosciuta. Ne ero felice.
Il videomessaggio era indirizzato alla cinese della banana. Strano che fossero così amiche, per essersi viste a malapena per qualche settimana. Diceva di stare bene, che aveva saputo delle dimissioni della cinese e la salutava augurandole tanta fortuna per il futuro.

E a me un cazzo. Neanche un salutino.
Rimasi basito nel vedere il filmato volgere al termine senza che la sciacquetta ingrata si degnasse di citarmi.
Ma non per questo mi scomposi. Noi sappiamo bene, caro mio uccello multifunzione, che nulla muove le nostre buone azioni se non il puro spirito di altruismo. Se la smemorata credeva di cavarsela con pochi cioccolatini, così sia. La vita continua e noi si andrà per la nostra strada, forti e uniti, grufolando tra le gonne in cerca di nuove avventure.

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49 – Gnì

Posted by SirDiC on 3 ottobre 2011

Oggi è un lunedì come tanti, dopo una notte dal sonno leggero e tormentato dagli incubi. Entro in ufficio alle 7:55, sbatto la porta, sputo per terra, apro il cassetto della scrivania, ci scaglio dentro la merenda, chiudo il cassetto con un calcio e attacco la litania quotidiana di bestemmie.
Poi scendo in laboratorio ad aspettare i clienti. Prima di riceverli verifico di avere l’alito sufficientemente fetido. Da qualche tempo, la domenica seguo una dieta particolare che ha un effetto correttivo sui clienti che il lunedì volessero trattenersi fino a tardi. Prova rutto, ok. Siamo pronti.
I maledetti clienti arrivano alle 8:30 invece che alle 9:00 come dovrebbero. Non ho neppure il tempo di rilassarmi un po’.
I porci sono in tre ed entrano in laboratorio con la solita marcia baldanzosa, tipica di chi non andrà via fino a quando il lavoro non sarà finito, a costo di fare le ore piccole.
Oggi però c’è qualcosa di diverso dal solito. Uno di loro è accompagnato da una giovanissima fanciulla, molto carina, che lo segue in silenzio come i pulcini seguono la chioccia.
Ma che ci fa una ragazzina qui? E’ la figlia di quello? Perché non è a scuola?

Durante i preparativi del lavoro, la pulzella se ne sta in disparte e guarda l’azione senza prenderne parte, proprio come farebbe un bambino in ufficio con la mamma che non l’ha potuto accompagnare all’asilo. Io guardo incuriosito quella strana presenza cercando di capire chi diavolo sia e cosa ci faccia qui.
La ragazza non può essere minorenne. Sarebbe a scuola. E difficilmente può essere la figlia del cliente, vista la tutto sommato poca differenza di età. Forse è una mignotta che il mio cliente, che evidentemente la notte fa anche il pappone, non ha fatto in tempo a riaccompagnare a casa dopo una notte hard. Oppure è una nuova impiegata o una stagista. Non parla con nessuno e non fa niente, guarda quello che facciamo noi e basta, e non sembra neppure troppo interessata.
Cercando di rompere un po’ il ghiaccio, le chiedo per quante persone devo ordinare il pranzo. Quella sorride imbarazzata e senza dire nulla mi invita con un cenno a rivolgermi agli altri. Sconsolato, rivolgo la stessa domanda a uno di loro.

Durante la giornata non riesco a staccarle la coda dell’occhio di dosso. Ho l’impressione che mi stia guardando, e per trovare conferma alla mia supposizione cerco l’immagine del suo volto riflessa in maniglie, viti, pannelli e qualunque altra superficie lucida.
A un certo punto uno dei clienti, quello che se l’era portata appresso e che quindi doveva essere il pappone, le rivolge la parola e le dice qualcosa in inglese. La ragazza è straniera! Non me ne ero accorto perché per l’imbarazzo non riuscivo a guardarla bene. E il cliente-pappone le sta spiegando qualcosa di tecnico, quindi non è una mignotta ma è una stagista.
Tutte le volte che riesco a sbirciare nella sua direzione la sorprendo che guarda. Anche per lei deve essere stata una sorpresa trovare al posto del solito operatore effeminato un uomo così affascinante, peloso e maschio.
Decido di sfidare il suo sguardo e all’occasione successiva me la guardo bene in faccia, ricambiato, per un paio di secondi. E’ molto giovane, ma non minorenne. Ha la pelle abbronzata, liscia e perfetta. Noto un accenno di baffi che nonostante tutto si intonano bene al suo visino, dalla bellezza ancora un po’ acerba. E riconosco nel suo volto i tratti tipici del sudest asiatico. Mentalmente sentenzio:
Diciannove anni, Thailandia.

Una visitatrice del genere è più unica che rara, e io fesso che mangio coreano la sera prima. Quel che è peggio, è che le ore passano e comincio a sentire la fatica di stare a petto in fuori e pancia in dentro per tanto tempo, con un trito di aglio e cipolla che fermenta lentamente nello stomaco affaticato.
Intanto vorrei che me la presentassero, o che lei dicesse qualcosa, ma niente, i clienti sembrano gelosi di quella giovane creatura, come se fosse davvero la loro mignotta.
A un certo punto, dai clienti arriva la solita, strafottuta e stramaledetta ma inevitabile domanda di rito.
“Da dove vieni?”
Rispondo con il solito disco rotto e quelli, come previsto, iniziano a parlarmi di calcio e di moda. Tra i loro discorsi sento il pappone che dice alla ragazza, con il suo inglese ridicolo: “He is from Itary”. Ecco, penso, finalmente me la presenteranno.
La ragazza risponde con un flebile verso.
“Gnì.”
e il discorso non ha seguito.
Tutto qui? Quel bastardo di un cliente poteva dirmi che anche lei è straniera, di dov’è, cosa fa, poteva invitarmi a parlarci un pochino visto che lui con l’inglese se la cava male e la povera ragazza si stava annoiando a morte, ma niente.
Il tempo passa e non ce la faccio più. Quella continua a guardare e io non posso ricambiarla a causa della consapevolezza di non avere il controllo della situazione. Il sonno, la pancia in subbuglio e il pensiero di quella misteriosa porcellina guardona mi stanno logorando.
Ho già quasi perso le speranze, quando il pappone si alza all’improvviso e tira fuori il biglietto da visita. In uno strano momento, visto che ormai il lavoro sta per finire, ma io non scambio più i biglietti da visita di mia iniziativa per evitare la brutta figura di presentarmi a persone già conosciute in precedenza.
Durante la presentazione formale il tizio sembra accorgersi che parlo con lui ma guardo la ragazza.
“Ah, e lei è…”
Bravo, finalmente, cavolo, ora dimmelo chi è.
“Lei è la nostra stagista, è thailandese.”
Fin lì ci ero arrivato pure io, ma diavolo un nome ce l’avrà questa ragazza?
Ma non mi dice il nome.
Poco male: visto che come pensavo è thailandese, almeno ho argomenti per attaccare bottone.
“Lo sai che sono stato in vacanza in Thailandia quest’estate?”
La ragazza sorride imbarazzata e pigola qualcosa.
“Gnì.”
Timidina, la tipa.
“E’ un posto molto bello.”
“Gnì.”
OK, finiti gli argomenti. Sparo l’ultima cartuccia e le porgo il mio biglietto da visita.
Quella se lo guarda, se lo rigira tra le mani e poi fa come per restituirmelo, sempre sulla difensiva, imbarazzatissima.
Ma no, “Puoi tenerlo, se vuoi!”, porco cazzo.
Basta, mi arrendo. Dannata verginella, si faccia svezzare da qualcun altro. Ho sonno, sono stanco, mi sono rotto le scatole di fare questo lavoro, è lunedì, voglio tornare a casa.
E vedrete, bastardi clienti, come allo scoccare delle 17:00 inizierete a essere investiti dalle mie alitate pestilenziali, che non risparmieranno neppure la timida principessina thai.

“Gnì”

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