Il fantastico mondo di SirDiC

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Archive for the ‘Tempo libero’ Category

Protetto: 54 – Il weekend ideale

Posted by SirDiC on 23 luglio 2012

La parte di pollo usata da Apelle per fare una palla

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52 – Cercasi pizzeria

Posted by SirDiC on 31 marzo 2012

Alle 18:08 ero quasi arrivato dal dentista, quando l’improvvisa telefonata da parte della sua aiutante mi annunciava che mi avevano spostato l’appuntamento, non essendomi presentato alle 18:00. Ma io l’appuntamento l’avevo alle 18:30, alle 18:00 non potrei mai arrivarci neanche se potessi volare. Niente, secondo loro l’appuntamento era alle 18:00. Ho guardato la tessera, c’era scritto alle 18:00. Merda.
Di solito anche se non è colpa loro si scusano, accettano la possibilità che possa essere stato un loro errore, ma questa no, non c’ero all’ora prestabilita e avanti il prossimo, io sarei rimasto con il dente aperto per un’altra settimana. Maledetti.

Quanto mi ha fatto incazzare quella troia al telefono. Ma non mi avrebbero visto più. Mi sarei cercato un altro dentista e quelli non avrebbero sentito la mia mancanza, dato che a quanto pare hanno così tanto lavoro.
Solo che si poneva il problema di trovare un altro dentista, compatibile con la mia allergia ai fighetti e con la mia esigenza di essere servito subito.

Tutto sommato ci ho messo poco.
Il dentista che ho trovato è il più vicino in assoluto alla ditta, e il dottore è un giovanotto neolaureato che ha appena finito il tirocinio. Non conoscevo questo studio perché ha aperto solo da qualche mese.
Perfetto! Ovviamente sono riuscito a prendere appuntamento subito.

***

Alla reception mi accoglie una giovincella un po’ alta, mediamente carina, capelli a caschetto. Non crederò mai che con i pochi clienti che hanno siano in grado di pagarla, al massimo sarà la fidanzata del dentista. Che, a differenza degli altri, si fa vedere subito: come pensavo, non sembra un tipo che se la tira. Si presenta velocemente, mi controlla e mi fa fare la radiografia. Non mi vengono fatte le stesse domande del questionario iniziale.
Il tovagliolo che mi mettono è simile a quello del dentista precedente, ma il colore è un più umile giallo canarino. I bicchieri sono di carta, il dentista ha i guanti. Lo studio è pulito, ma non in maniera maniacale. Mi piace.

Con mia grande sorpresa, la prima cosa che fa il dentista è spalmarmi una specie di cremina schifosa sulle labbra.
Orrore. Un maschio mi sta accarezzando amorevolmente la bocca con le dita unte.
“Che cosa sta facendo?”
“Ti sto spalmandoh la vaselinah per evitareh che ti si screpolino le labbrah.”
Ripresomi dall’onta subita, volgo un pensiero malizioso alla tipa all’ingresso, che non può essere la sua fidanzata.

A parte quello, non ho di che lamentarmi. L’unico appunto che potrei fare è che il dentista ha fatto tutto da solo e la pulzella non mi ha neppure toccato, forse perché è una semplice segretaria e non un’igienista abilitata alla professione.
Pazienza.
Finisce la seduta e mi accomodo in sala d’attesa aspettando il conto. La tipa, dopo aver maneggiato un po’ di scartoffie, si gira verso di me con un largo sorriso che interpreto come il segnale che mi sta chiamando per pagare. Prendo il portafogli e mi avvicino.
“No, aspetta un attimo, non è ancora pronto.”
Vabbe’.
Poi mi chiama veramente, e vado a pagare.
Sempre con il sorriso stampato e gli occhi dolci, mentre mi dà il resto, mi dice:
“Da dove vieni?”
Mi sta abbordando! E’ rimasta così folgorata dal mio fascino che non è riuscita neppure a farsi i cazzi suoi, come sarebbe opportuno al cospetto di un cliente.

Le rispondo che vengo dall’Italia.
“Pizza!”, parola testuale pronunciata in estasi davanti alla mia statuaria bellezza. E’ così emozionata che non riesce neppure a dire una frase di senso compiuto. Vorrei darle una leccatina in faccia dalla tenerezza che mi fa.
La tipa continua.
“Conosci delle pizzerie buone?”
“Ehm…qui a Yokohama non lo so, non ricordo…” Ma che diavolo, dovevo dire: certo baby, ti ci porto stasera!
“Me lo puoi dire la prossima volta?”
“Va bene.”
“Per la prossima visita quando potresti venire?”
Sparo un giorno a caso. “Martedì è libero?”
“Vediamo un po’, dunque…sì, è libero.” Non avevo dubbi.
“Però purtroppo io martedì non ci sono…”
E ora cosa le dico? Mica posso essere così sfacciato da cambiare l’appuntamento proprio ora.
Ma lei continua, anticipando ogni mia possibile risposta.
“…Allora me lo dici la prossima volta ancora? Ti prego.”
“Va bene.”

Esco dal dentista rimuginando sulla non grandiosa figura appena fatta con la tipa. Si sta facendo buio, e il sole appena tramontato ha lasciato spazio a una splendida falce di luna che guarda verso il pianeta Venere. Inquadro l’insolito panorama con la macchina fotografica che tengo sempre in tasca, ma la mia mano malferma mi lascia immortalare solo due scie luminose. Guardando la foto, ho quasi l’impressione che i due astri vogliano dirmi qualcosa, ma cosa? Intanto, cerchiamo questa pizzeria. Forse non tutto è perduto.

“Mi sta abbordando!”

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51 – Il dentista

Posted by SirDiC on 17 marzo 2012

Lo studio del mio dentista è un tal spettacolo di luce, pulizia e ordine, che quasi si ha l’impressione di essere stati catapultati nel Paradiso dantesco.
In uno splendido acquario posto vicino all’ingresso nuotano pesci tropicali dai colori sgargianti. Poco più in là, di fronte alla reception, luccicano dei divani in pelle bianca che devono essere costati un sacco di soldi.
E’ la prima volta che vengo qui, e mi sento a disagio per tutto questo splendore. Consegno la tessera sanitaria a una signorina in ghingheri che mi chiede di compilare il solito questionario: se ho paura, se ho allergie e tutte quelle robe lì.
Dopo una breve attesa mi fanno entrare in studio, e mi accompagnano subito a fare la radiografia. La tipa, che non so ancora come si chiama, mi dà le solite istruzioni e poi esce, lasciandomi solo a prendermi i raggi X. Be’, per fortuna almeno da questo dentista è normale fare così.
Poi mi fanno accomodare nella poltrona. Mi mettono subito un bavaglino di carta usa e getta, del più meraviglioso e rilassante blu cobalto che abbia mai visto in vita mia.
Ci sono ben 4 pulzelle in giro. Una di loro si avvicina con un taccuino e mi fa le stesse domande a cui ho già risposto nel questionario. Vorrei chiederle allora perché cazzo me lo abbiano fatto compilare, ma mi rassegno e mi limito a guardare incuriosito la tipa che fa i segni a matita sul taccuino a ogni mia risposta.
Arriva il dentista, in ossequio alla procedura che prevede l’ingresso da superstar, sceneggiata già vista tante volte anche dall’altro dentista. Dopo le solite stramaledette domande dadovevieni-parliilgiapponese-tipiaceilcalcio, fa per iniziare il lavoro e mi punta la lampada in faccia, ma prima una delle aiutanti mi mette una specie di panno morbido e profumato sugli occhi. Non so se serva per non abbagliare il malcapitato o se abbia una funzione simile alla benda che mettono a un condannato a morte prima di impiccarlo. Tolgo la benda, disturbato dalla mancanza di visuale.
“Preferisci che non te la mettiamo?”
Che razza di domande sceme che fanno a volte.

Mentre il dentista si prepara, cerco di studiare meglio l’ambiente circostante: cerco la sporcizia e le macchie di sangue che tanto mi avevano tenuto compagnia dal precedente dentista, ma senza successo. Tutti indossano i guanti di gomma monouso. Per risciacquare la bocca ci sono i bicchieri di carta usa e getta, di cui il vecchio bicchiere di ferro pieno di incrostazioni mi aveva quasi fatto dimenticare l’esistenza. Ecco, ho trovato una cosa: sul braccio della lampada ci sono dei resti di colla che tradiscono la presenza di un pezzo di nastro adesivo non completamente rimosso, probabilmente per evitare di graffiare la plastica.
Sono un po’ triste.

Ho deciso di cambiare dentista da quando il dottore mi ha messo in bocca le dita nude che sapevano di figa.
L’episodio è l’anello mancante che mi ha permesso di ricostruire quello che succedeva in quella specie di immondezzaio che era il suo studio.
Ecco perché insieme al paziente c’era quasi sempre una sola persona alla volta. Gi altri due sparivano là dietro e non si capiva cosa stessero facendo. O meglio lo intuivo, ma evidentemente sottovalutavo la mia malizia.
Ora è tutto chiaro. Il porco faceva certi giochetti con le pulzelle che si davano il cambio, magari su quel tavolo del retrobottega dove ammassava coperte, mutande e spazzatura. E chissà cosa doveva aver fatto quell’unica volta che si era messo i guanti da quando lo conosco. Meglio non pensarci, va’.
Che modo stupido per perdere i clienti. Passi per la sporcizia, passi per gli strumenti non sterilizzati, ma questa proprio no. Ammetto che mi sarebbe piaciuto assaporare la natura di Hime, ma non certo per interposta persona.

E ora mi ritrovo qui, su questa poltrona tirata a lucido, in un ambiente asettico, con le assistenti che mi toccano il meno possibile e solo attraverso sterili guanti di lattice. Ho addosso la tristezza di quando si è chiusa un’era.
Riuscirò ad affezionarmi a queste nuove pulzelle? Potrà perdonarmi Hime per averla tradita con altre igieniste?

Terminata la visita vado via, lasciandomi alle spalle l’acquario tropicale e cercando di cacciare via i pensieri confusi che mi attanagliano.
Prendo l’ascensore, esco dal palazzo e mi affaccio per l’ennesima volta nel panorama di questa Tokyo maledetta, già al buio e brulicante di salarymen che tornano dal lavoro.
Alzo lo sguardo verso le luci della città, filtrate da una pioggia fine che nel frattempo ha iniziato a cadere leggera, e mi fermo per qualche istante in mezzo al marciapiede. Poi emetto un sospiro di rassegnazione,  e mi avvio mestamente verso casa.
Addio mia dolce Hime, e làvatela di più.

“Addio, Hime!”

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45 – Vacanze Thai

Posted by SirDiC on 26 agosto 2011

La cameriera entra a pulirmi la camera. Tira via agilmente la fodera dalla coperta e la cambia in pochi secondi, mentre guardo incuriosito la scena spaparanzato nel divano. Poi tira via il lenzuolo di sotto, ma anziché cambiarlo lo rimette al contrario. Chissà che la battuta sulle mutande sporche rigirate non venga proprio dalla Thailandia. O forse fanno così in tutti gli alberghi?

Assorto nei miei pensieri guardo la cameriera, ora china a rimboccare le lenzuola, che mi mostra involontariamente la minuta porzione di culetto che fuoriesce dalla fessura tra la camicetta e la lunga gonna blu cobalto.
Che spettacolo le donne Thai.
Alcune ti ammaliano con i loro occhietti sottili e il sorriso grazioso.
Altre ti guardano in cagnesco, seducendoti con quel loro musetto lungo.
Tutte sono accomunate da un alone di mistero che avvolge la loro incredibile bellezza. Secondo la leggenda, infatti, alcune di esse celerebbero tra le loro grazie un pesante fardello. E io, poco incline a certe esperienze, lascio volentieri che a cacciare in questo campo minato sia gente dalle vedute più larghe delle mie, mentre mi dedico a caste attività come tour guidati, tuffi in piscina e percorsi gastronomici.
Che belle le vacanze, ma mi chiedo come sia vivere qui. Forse anche qui ci sono tanti SirDiC, in altrettanti universi paralleli, catapultatisi dal loro Paese d’origine seguendo l’illusione di una vita migliore. E che ora, nel loro piccolo, cercano di distruggere tutto con il loro piccolo multifunzione.
Ma il ritorno al grigiore di Tokyo mi lascia qualche dubbio. Era strano vedere così tanta gente normale tutta in una volta, e ora torniamo alla vita di tutti i giorni tra i pachidermi di Kamata, il Vecchio Banana, i matti della Tsurumi line, e quell’orrenda ditta.
Ahi, mio caro multifunzione, quanto lavoro ti aspetta ancora!

"...celerebbero tra le loro grazie un..."

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44 – Sposa bagnata, sposa fortunata.

Posted by SirDiC on 31 luglio 2011

Pioveva a dirotto quando mio malgrado dovetti andare al matrimonio di una conoscente.
Assistere a un matrimonio giapponese è pur sempre un’esperienza di vita, ma la pomposità trash dei giapponesi in queste situazioni, insieme alla loro maledetta usanza di regalare soldi non vanno d’accordo con il mio spirito parsimonioso.

Mi ritrovai in una cappella moderatamente gremita di gente, la bancata dello sposo leggermente più piena di quella della sposa. Forse è anche per questo che gente che non c’entra nulla è stata tirata per le orecchie, in un tentativo disperato di colmare lo sbilanciamento degli invitati. Che brutta cosa avere pochi amici, e che insensato farsi vedere nel momento del bisogno pur non essendo un amico. Il mondo è strano.

Come da copione, che suppongo simile in tutti i matrimoni, entrò prima lo sposo, e prese posto nelle vicinanze dell’altare. In seguito fece il suo ingresso la sposa accompagnata dal padre che la teneva a braccetto. Un passo avanti, piedi uniti. Un altro passo avanti, ancora piedi uniti. Nel loro lento avanzare sembravano due scemi. Raggiunto insieme lo sposo, il padre di lei fece come per consegnare la sua creatura all’uomo che da quel momento in avanti se ne sarebbe preso cura, e vedere quella sorta di passaggio di consegne mi fece quasi sospettare precedenti relazioni incestuose.

La cerimonia, presieduta dal classico prete finto occidentale con accento inglese, andò avanti senza intoppi. A un certo punto venne intonato un canto religioso, e nel momento più solenne di questo si aprirono delle grandi tende che fino a quel momento nascondevano una vetrata. L’intento era quello di far entrare dei suggestivi raggi di luce, ma il tempo inclemente vanificò il tutto. Che pagliacciata galattica. Non vedevo l’ora di andare a mangiare per recuperare almeno in piccola parte i soldi che mi era toccato regalare a quei due cretini.
A un certo punto gli sposi uscirono dalla cappella tra lanci di petali di fiori al posto del riso.
Guardai la sposa. Era bellissima, nel suo vestito bianco crema. Secondo indiscrezioni attendibili, il suo ex fidanzato era dotato di un arnese enorme, mostruoso, qualcosa di veramente fuori dal comune. Il tale, ovviamente un ingegnere, lavorava per un noto produttore di elettrodomestici. E quando capitai a casa degli sposini e vidi tanti elettrodomestici tutti di quella marca non potei fare a meno di rivolgere uno sguardo di compassione al povero sposo, che certo ignorava il valore affettivo che quegli oggetti dovevano avere per la sua lei.

Il pranzo finalmente arrivò, ma c’era poco da riempirsi lo stomaco. Tra una portata e l’altra passavano decine di minuti, durante i quali gli sposi e gli invitati si esibivano nei discorsi più noiosi e stupidi che si possano immaginare. Il tempo passava lento, ma finalmente a un certo punto potei andar via, con i crampi allo stomaco dalla fame e un giorno di vita in meno.
Povero sposo, pensai. Sapevo che quella notte, tra una cosa e l’altra, si sarebbe chiesto perché il suo salamino sguazzava così libero in quell’enorme corridoio. E a quel pensiero mi sfuggì un ghigno malefico. Chissà se un giorno, preso dai rimorsi di coscienza, gli rivelerò il terribile segreto che, non senza tormento, custodisco nel mio cuor gentile.

"Gli sposi"

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