50 – La triste storia di Miki

E’ passato tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto. In onore al sondaggio, mi ero ripromesso di non parlare più di figa per un po’ di tempo, ma non ci riuscivo. Non è che le idee non ci siano. Ci sono eccome, solo che quando prendo in mano la penna con l’intento di buttarle giù, mi si paralizza il polso, mi frullano tanti pensieri in testa, mi vengono le convulsioni. Ma c’è una soluzione semplice. Visto che da tre mesi non parlo più di niente, e quindi neanche di figa, non credo di mancare alla promessa fatta se in questo post parlo di figa.

Miki era una gran figa. Veramente una gran figa. Entrò nella mia azienda che aveva 27 anni. Era bella, gentile e colta, ma il suo pur brillante curriculum scolastico non c’entrava niente con il nostro lavoro, e di conseguenza non sapeva fare nulla. Non era colpa sua, naturalmente.
Il perché l’avessero assunta è sempre stato un mistero; si sa solamente che la gentile intercessione del mio ex-capo, un bavoso di 54 anni, ebbe un ruolo fondamentale nella questione.
Le voci maliziose sul suo conto si sprecavano. In azienda non era ben vista, e le venivano assegnati sempre i compiti più ingrati e i clienti più irascibili. Nonostante il suo splendido aspetto non era amata neppure dai colleghi uomini, se così si possono definire quelle femminucce che lavorano nella mia ditta. Ma ella, grande lavoratrice, si impegnò con tutte le sue forze e con grande umiltà, e in breve tempo diventò un ottimo tecnico. Precisa, seria e competente.
Oltre al capo bavoso, io ero l’unico ad averla presa in simpatia. Le insegnavo il lavoro e la proteggevo, e mi dispiaceva tanto che i colleghi non la apprezzassero.
Sedeva alla scrivania di fronte alla mia, ed ero tanto felice di poter ammirare in continuazione il suo splendido volto angelico, i lunghi capelli neri che le scendevano lisci sul seno e la pelle di seta che mi sarebbe tanto piaciuto accarezzare.
Nonostante il lavoro la stesse logorando, Miki continuava a dare dimostrazione di una grande serietà. Abitava molto lontano, e il suo viaggio verso il posto di lavoro durava oltre due ore, durante le quali gliene succedevano di tutti i colori. Treni in ritardo, incidenti e anche un’alluvione. Quel giorno, arrivata fradicia in ufficio, fu costretta a stendere le scarpe ad asciugare, e i suoi fantastici piedini nudi non passarono inosservati alla coda dell’occhio del vigile SirDiC.
Ma era chiaro che stava lavorando troppo, e non avrebbe resistito a lungo.

E infatti un giorno si sentì male.

Mi trovavo per caso nel corridoio e la vidi passare, pallida in volto, muovendosi con passo malfermo verso le scale. Taka, quell’altra porca, la precedeva e le mostrava la strada verso il piano di sopra, dove si trova la camera da letto che usiamo quando lavoriamo fino a tardi e perdiamo l’ultimo treno.
Ché poi Miki la strada la sapeva benissimo. Se proprio Taka voleva accompagnarla, poteva almeno cercare di sostenerla per non farla cadere. Invece camminava qualche metro più avanti di lei, completamente disinteressata della poveretta agonizzante. Miki sembrava dovesse morire da un momento all’altro. Mi chiedevo se fosse davvero il caso di limitarsi a farla sdraiare in camera, anziché chiamare un’ambulanza.
Ero seriamente preoccupato. Ci mancava solo che quell’angioletto, insieme a Taka l’unico posto dell’ufficio dove valeva la pena posare lo sguardo, mi crepasse per una caduta dalle scale. Non potevo permetterlo.
Mi precipitai verso Miki e le offrii il mio sostegno, afferrandole un braccio nella maniera più casta e distaccata possibile; la accompagnai in tutta sicurezza fin dentro la camera, che intanto Taka aveva aperto, e la aiutai a stendersi sul letto.
Poi, ricordando che molte donne sono freddolose, presi una coperta dall’armadio e gliela stesi sopra. Non gliela rimboccai di certo, anzi ebbi paura di averle fatto troppo vento buttandogliela sopra così bruscamente, ma volevo evitare di apparire troppo premuroso.
Superai con fatica la complessità emotiva dell’istante in cui la vidi orizzontale nel letto, e mi allontanai.
Guardare, ma non toccare. Non l’avrei toccata neanche con un fiore, dopo che ci era passato il marito e magari anche il mio capo bavoso.

“Miki”

Tornato in ufficio, vidi che Taka se la ridacchiava alle mie spalle e mi sfotteva con altri colleghi.
“Ma quanto è gentile, hi hi hi…”
“Eh, in Italia deve essere normale, hi hi hi…”
Maledetta oca, chissà cosa dovevo aver fatto di tanto male.

***

Le ore passavano, ma Miki non scendeva. Mi chiedevo se fosse ancora viva, ma non potevo parlarne con gli altri per non essere sfottuto ulteriormente.
Quella cretina di Taka continuava imperterrita a ridacchiare su di me, e nessuno dei miei colleghi sembrava interessarsi alle condizioni di Miki.
Poi, finalmente, Miki tornò in ufficio, e potei tirare un sospiro di sollievo. Taka non smetteva di sfottere, ma inaspettatamente Miki mi ringraziò calorosamente per la premura, guardandomi con gli occhi dolci.

E da quel giorno iniziai a trovarmi dei cioccolatini sulla scrivania, con il messaggino pucci pucci nel bigliettino pucci pucci scritto con la penna colorata e profumata e firmato Miki.
Ma allora anche le donne hanno un cuore!
Miki aveva apprezzato il mio gesto, con buona pace di Taka.
Che meraviglia tornare alla scrivania dopo una giornata in laboratorio, far sparire immediatamente il dolcino nello stomaco e poi, con calma, leggere l’insulso bigliettino.
L’avevo in pugno. Mi sentivo l’uomo più potente del mondo.

***

L’episodio del malore non cambiò l’atteggiamento dei miei colleghi verso la povera Miki, che continuava a vedere in me l’unico punto di riferimento e non smetteva di riempirmi di dolcini e cioccolatini con il messaggino carino.
Miki continuava a fare i lavori più noiosi e logoranti. Deperiva di giorno in giorno, iniziò ad assentarsi e quelle volte che veniva sembrava un cadavere.
Poi, un brutto giorno, se ne andò.

“I dolcini di Miki”

Le dimissioni di Miki arrivarono poche settimane dopo quelle di Taka. Solo che al posto di Taka arrivò la cinese della banana, ma Miki non fu sostituita da nessuno.
E senza le due porcelle passarono lunghi anni bui, durante i quali la vita sembrava non avere più senso.

***

***

***

Un giorno la mia ditta ricevette un messaggio di posta contenente un videomessaggio da parte di Miki. Che emozione avere sue notizie e poterla rivedere. Nel video appariva molto in forma, bella come il giorno che l’avevo conosciuta. Ne ero felice.
Il videomessaggio era indirizzato alla cinese della banana. Strano che fossero così amiche, per essersi viste a malapena per qualche settimana. Diceva di stare bene, che aveva saputo delle dimissioni della cinese e la salutava augurandole tanta fortuna per il futuro.

E a me un cazzo. Neanche un salutino.
Rimasi basito nel vedere il filmato volgere al termine senza che la sciacquetta ingrata si degnasse di citarmi.
Ma non per questo mi scomposi. Noi sappiamo bene, caro mio uccello multifunzione, che nulla muove le nostre buone azioni se non il puro spirito di altruismo. Se la smemorata credeva di cavarsela con pochi cioccolatini, così sia. La vita continua e noi si andrà per la nostra strada, forti e uniti, grufolando tra le gonne in cerca di nuove avventure.

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12 Responses to 50 – La triste storia di Miki

  1. Portinaio ha detto:

    Miki ingrata! Dovevi soffocarla come Laura Palmer!

    • SirDiC ha detto:

      No, quel povero angioletto è ancora nel mio cuore! 😀
      Scusa Portinaio, quando hai letto tu la formattazione del testo era andata a escort. Ora ho messo un po’ a posto.

  2. simone ha detto:

    Il post del secolo!!! Il racconto perfetto per un pervertito come me 🙂

  3. ivabellini ha detto:

    Roba da matti! ma possibile che in mezzo a tutti quei cioccolatini e pucci pucci non vi siete scambiati le mail per tenervi in contatto almeno?

    • SirDiC ha detto:

      avevo avuto un contrattempo che mi aveva tenuto lontano dal lavoro i giorni che se ne è andata e non ho potuto salutarla. Poi, come ho scritto su, dopo che ci è passato il mio capo bavoso…

  4. susannatuttapanna ha detto:

    Ma nooo ma il capo se l’è trombata davvero? Che poena.

  5. anto ha detto:

    Ma noooo!!
    Miki non ti ha menzionato nel videomessaggio per non metterti in imbarazzo,..
    O forse è solo un po’ ingrata, come tutte le donne 😉

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