Il fantastico mondo di SirDiC

vietato ai puri di cuore

Protetto: 58 – L’uccello assassino

Posted by SirDiC on 7 gennaio 2013

ATTENZIONE: Post estremamente diseducativo. Non leggete, e se leggete non provate a emulare i contenuti.

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Protetto: 57 – Un grido di dolore

Posted by SirDiC on 23 novembre 2012

La parte di pollo usata da Apelle per fare la palla
che i pesci videro venendo a galla

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56 – Yamada

Posted by SirDiC on 2 ottobre 2012

La tale ditta, nostra storica cliente, ci ha portato anche oggi i suoi apparecchi da testare. Ma stavolta, diversamente dal solito, si sono presentati tre volti nuovi. Tra di loro non c’è il signor Yamada.
Mi rivolgo a uno di loro, non senza una certa apprensione.
“Oggi non viene il signor Yamada?”
“Ehm…Yamada non lavora più con noi…”
Immaginavo. Non volevo sentirmelo dire, ma in fondo lo sapevo.
E ora, la memoria torna indietro ai ricordi ormai vaghi del primo incontro, con lo scambio dei biglietti da visita e convenevoli vari; poi viaggia ripercorrendo le tappe della nostra conoscenza, e le giornate passate insieme in laboratorio.
Povero Yamada.

“I ricordi ormai vaghi del primo incontro”

Il signor Yamada era un uomo sui cinquantacinque anni, veniva quasi sempre da solo e aveva un carattere un po’ particolare.
Parlava tutto il tempo, ma non aveva argomenti molto entusiasmanti. Chissà, forse era un tipo introverso che avrebbe voluto stare sempre zitto, ma temeva che così facendo non avrebbe suscitato una buona impressione.
La prima volta che mi capitò di servirlo, mi accorsi del suo strano carattere.
Portò i suoi apparecchi per i test, mi fece passare una giornata terribile con i suoi discorsi noiosi, e poi a lavoro concluso scoprii anche le sue qualità di scroccone.
“Vorrei che mi spediste indietro gli apparecchi, e poi anche il computer. Spediteli pure con pagamento a carico del destinatario.”
“Certamente. Ha delle preferenze per quanto riguarda la data di consegna?”
“Ah, ehm…un momento, il computer è quello che uso per il lavoro, quindi se me lo spedite non posso lavorare finché non arriva, vediamo come possiamo fare…spedire no, quindi…ehm…”
Non sapendo che cosa proporgli, andai a chiedere al mio collega Suzuki.
“Suzuki, guarda che il signor Yamada…”
“Ho capito, vado.”
Suzuki sapeva già da tempo che Yamada voleva che gli trasportassimo tutta la roba in macchina, e naturalmente coglieva l’occasione per scroccare un passaggio al ritorno.

Suzuki accompagnava sempre Yamada dopo i test. Tornava in azienda visibilmente stanco, e i colleghi lo sfottevano.
“Be’, Suzuki, com’è andata? Hi hi hi! Ti sei divertito? Hi hi hi!”
Sicuramente si incazzava a quelle domande, ma reagiva con un’ invidiabile compostezza.

Quando veniva Yamada, tutti gli altri miei colleghi cercavano di evitarlo: si assentavano, oppure si offrivano volontari per altri lavori.
Ma per me tutti i clienti sono uguali, e anche se non sono divertenti, non ho motivi per non trattarli alla stessa maniera. Forse è per quello che in breve tempo finii per essere l’unico tecnico ad avere a che fare con Yamada.

Fino a quando arrivò quel giorno.
Yamada era in forma e faceva le solite domande.
“Ti piace il Giappone?”
“Sì, certo che mi piace.” Ah, neppure dopo tanti anni smette di farmi questa domanda.
“E cosa ti piace di più del Giappone?”
Che si vedono tante cosce anche in inverno. “E’ difficile rispondere, mi piace davvero tutto: la cucina, la gente, il clima…”
“A proposito di clima, in Giappone è bello perché ci sono le quattro stagioni. Lo sai cosa sono? Ci sono le quattro stagioni in Italia?”
Basta, ti prego! “Ehm…Mi dispiace, il suo apparecchio supera di tre volte i limiti consentiti…”
“Davvero? Che strano, rispetto all’ultimo modello ho cambiato solo questo, questo, questo e questo…”
Be’, se ti sembra poco…
“…e poi questo e questo, quindi ero sicurissimo che avrebbe passato il test… E ora come faccio? Se non passa oggi è un disastro…”
“Abbiamo poco tempo, ma sono fiducioso che riusciremo a trovare una soluzione. Per esempio, che ne dice di provare a fare così e così?”
“Va bene, proviamo.”

E iniziò la giornata più lunga per il povero Yamada, che prese a smontare, rimontare e modificare la sua creatura nella speranza di riuscire a risolvere il suo problema entro la giornata.
Ma la sua preoccupazione, che con il tempo si trasformava in disperazione, non gli impediva di rivolgermi le sue solite domande.
“Esistono le melanzane in Italia?”
Signore, ti prego, portatelo via.
“Sì, ci sono, anche se sono un po’ diverse.” No, diamine, ora mi chiederà quali sono le differenze.
“Cosa fai di solito nel fine settimana?”
Ah, meno male. Però, che domanda indiscreta.
“Niente di particolare, sono sempre stanco e quindi sto a casa.”
Ci fu un attimo di silenzio. Con questo povero diavolo bisognava tenere viva la conversazione, ma che cosa potevo fare? Sarebbe stato educato chiedergli cosa fa lui?
Ma sì, va’.
“E lei cosa fa?”
“Ehm…io…vado a divertirmi…Ma è un tipo di divertimento tipico dei giapponesi, e che non è molto sano…”
Va a puttane! Che scoperte interessanti si fanno, a volte. Ma poi, c’era bisogno di dirmelo? Probabilmente quell’uomo aveva bisogno di affetto. Avrei potuto offrirgli la mia compagnia, e lui in cambio mi avrebbe portato in giro per bordelli, iniziando questo povero verginello al sesso a pagamento. Provai a vedere se si poteva sviluppare il discorso.
“….”
Ma le parole non uscivano. Non potevo. Fanculo.

Yamada cercava disperatamente di mettere a posto il suo apparecchio, ma il tempo passava e tutti i suoi tentativi sembravano vani.
E il tempo a sua disposizione stava per finire, quando tentò la sua ultima carta.
“Senti, per caso è possibile fare un po’ di straordinario?”
“Certo, non c’è nessun problema.”
“Ehm…Io ero sicurissimo che l’apparecchio avrebbe passato il test, quindi ho prenotato qui e ho anche sforato un po’ il budget…quindi se io adesso torno in azienda senza che questo apparecchio abbia passato il test, io…ehm…”
Sembrava che stesse cercando di scroccare dello straordinario gratis. Ormai lo conoscevo.
Yamada continuò.
“Senti, non è possibile far pagare lo straordinario a me anziché alla ditta?”
“Noi non possiamo fatturare a persone fisiche, mi dispiace…”
Sapevo già che il suo apparecchio non avrebbe passato il test quel giorno. Anche se fosse stato possibile farlo pagare, sarebbe stato tutto inutile.
“Comunque ora vediamo, chiedo al mio collega delle vendite se si può trovare una soluzione.” Citofonai a Suzuki e gli passai la patata bollente.
Suzuki scese in laboratorio, e Yamada gli spiegò la situazione.
Un contrariato, ma comprensivo Suzuki, confermò la difficoltà a venire incontro alle richieste del povero Yamada, ma mostrò alfine tutta la sua magnanimità:
“Va bene, per questa volta in via del tutto eccezionale le offriamo un’ora di straordinario gratis.”

E così la giornata lavorativa continuò, per un’ora e mezza in più del previsto, quando Yamada si rassegnò definitivamente. Prese le sue cose, disse le sue ultime parole, Suzuki gli diede il solito passaggio, e non lo vidi più.

Ahi, Yamada, quale sorte ti toccò, e quali rimorsi mi attanagliano! Forse saremmo potuti diventare buoni amici, se solo avessi avuto il coraggio di pronunciare quelle parole. E se fossi riuscito ad aiutarti, forse il tuo rientro in ditta non sarebbe stato tanto infelice. Ma spero che dopotutto ti riprenderai, e magari ci rivedremo.
Che la vita ti sia lieve.

“Yamada”

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55 – Procedure – parte seconda

Posted by SirDiC on 1 settembre 2012

Il giorno prima di una lunga vacanza è anche giorno di grandi pulizie in azienda.
Tutti i colleghi, lasciato da parte il lavoro di sempre, si armano di stracci e olio di gomito, e lustrano da cima a fondo gli uffici e i laboratori. Maniche rimboccate e mano alle scope, o meglio le scopette, perché una scopa di dimensioni normali non sono ancora arrivati a concepirla, e ci si divide in due gruppi: uno al primo piano e uno al secondo.
Chi lucida la superficie inferiore del ripiano di un tavolo, chi tenta di far sparire una macchia invisibile dal pavimento, chi sparpaglia la polvere con la scopetta, tutti sono allegramente indaffarati e concentrati nella loro missione.
Passano lo straccio sul tavolo dove pochi secondi prima lo ha passato un collega, e dove la mattina stessa lo aveva passato la donna delle pulizie. Metodo, zero. Efficienza, ancora meno. Ma non è questo l’importante. L’importante è sentirsi parte di questa grande famiglia che insieme arriverà alla pensione senza aver fatto nulla di interessante nella vita. L’importante è tirare fuori il meglio dello spirito di gruppo, lo stesso spirito che negli anni ha reso grande questo fantastico Paese e che continuerà a farlo nei lustri a venire. Quale onore essere chiamato a far parte di questa operosa combriccola.
Non sono degno.

Vado al primo piano e dico che al secondo piano abbiamo bisogno di una scopa.
Mi danno la scopetta, ringrazio e vado. Ora quelli del primo piano mi credono al secondo piano. Ancora un piccolo sforzo.
Salgo al secondo piano e dico che al primo piano abbiamo bisogno di uno straccio.
Mi indicano un secchio con dentro acqua e tanti piccoli straccetti. Ringrazio, ne prendo uno, lo strizzo e mi dirigo verso le scale, pregustandomi il pomeriggio in terrazza a guardare le macchine che passano.
Ma proprio mentre sto attraversando la soglia della porta che mi separa dalla libertà, sento alle mie spalle i soliti risolini odiosi di Neko e Jun.
“Cosa c’è?”
“Hi hi hi. Rifallo.”
“Rifai che cosa?”
“Strizza lo straccio.”
E io glielo rifaccio.
“Hi hi hi hi!”, ridacchiano nuovamente quelli.
Ho capito. Lo straccio è minuscolo e l’ho strizzato stringendolo in un pugno. Deve essere questo che li fa tanto divertire.
“Forse così va meglio?” dico, torcendo questa volta lo straccio con due mani, tenendolo in punta di dita e con i mignoli alzati.
“In Giappone noi facciamo così.”
“Però ora mi sono bagnato due mani, prima una sola”.
Silenzio.
Arriva un altro collega.
“Guarda come strizza lo straccio. Italian style! Hi hi hi!”
“No, lascia perdere, non ne ho voglia e giù mi stanno aspettando.”
Vado, passo prima in ufficio, completamente deserto e silenzioso, e mi rilasso un po’ sulla sedia, rimuginando su questa strana gente.
Hanno la procedura anche per strizzare uno straccio, e lo strizzano sempre allo stesso modo, che sia grande come un lenzuolo o piccolo come un francobollo.
Va bene. Ora cosa faccio nel mentre che loro fanno le pulizie? Cosa faccio se ora entra qualcuno e mi vede così?
Forse sarebbe il caso di tornare. Se solo esistessero delle scope che non mi obbligano a inchinarmi, forse…
Mi stiracchio, mi alzo, e vado, lentamente, verso la terrazza.

“La scopetta”

 

 

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Protetto: 54 – Il weekend ideale

Posted by SirDiC on 23 luglio 2012

La parte di pollo usata da Apelle per fare una palla

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